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Appunti

Uomini di Dio inseriti nella storia

Uomini di Dio inseriti nella storia

 

In questi ultimi mesi, meditando o scrivendo di tematiche inerenti il rapporto fra Chiesa e contemporaneità, mi sono più volte tornate in mente due frasi o principi che mi sembrano particolarmente significativi di un modo di intendere e di vivere questo tema.

 

La prima è quella famosa di papa Giovanni XXIII che, di fronte alle proteste per le sue proposte di “aggiornamento” della vita della Chiesa, che poi si concretizzarono nella convocazione del Concilio vaticano II, rispondeva saggiamente: “Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che lo comprendiamo meglio” (ho ritrovato questa frase citata nello stimolante libro di Vincenzo Paglia, Sorella morte. La dignità del vivere e del morire, Milano, Edizioni Piemme, 2016, p. 101). Sono stati scritti fiumi d’inchiostro in particolare sui limiti di applicazione del Vaticano II ed è stata avanzata anche la proposta di un nuovo Concilio per continuare il cammino di papa Giovanni, cammino ripreso in pieno, ritengo, da papa Francesco.

Rimane sempre la dura realtà, e questo è il secondo riferimento, denunciata dal cardinale Carlo Maria Martini nella coraggiosa sua ultima intervista, nella quale afferma che nel rapporto con la cultura e la società contemporanea la Chiesa è rimasta indietro di 200 anni (l’intervista, a cura di p. Georg Sporschill e Federica Radice, è stata pubblicata nel Corriere della Sera del 1 settembre 2012).

La realtà di oggi è talmente fluida, complessa e in rapido cambiamento che la cristianità si trova a non avere, forse, nemmeno gli strumenti idonei per analizzarla.

Che cosa unisce storicamente don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci e padre David Maria Turoldo, personaggi diversi fra loro per nascita, cultura, umanità? Penso proprio l’impegno, come uomini e come presbiteri, di comprendere meglio il Vangelo oggi e di dialogare con il mondo, con la civiltà della seconda metà del Ventesimo secolo per capirla e per ricreare con questa un rapporto vitale, o forse semplicemente per camminare a fianco dell’uomo di oggi e dei suoi drammi. Un’altra cosa che unisce le tre ricordate persone è la diffidenza della Chiesa gerarchica nei loro confronti, che arriva a dure forme persecutorie e punitive che conosciamo bene, salvo poi cercare di recuperarli dopo morti. Ma questo è sempre stato l’atteggiamento della Chiesa verso i suoi “profeti”, seguendo in questo pedissequamente l’atteggiamento del popolo dell’Antica Alleanza.

Don Lorenzo Milani si è occupato degli ultimi, sia quando era vice parroco a San Donato a Calenzano sia nel suo esilio come priore a Barbiana, con la sua grande apertura e il suo grande amore verso i ragazzi poveri e messi ai margini e con le sue proposte di profondo rinnovamento delle basi stesse della scuola. Naturalmente penso a Lettera ad una professoressa (Firenze 1967), che conservo in una delle prime edizioni e che lessi, diciassettenne, nel ’68: per me si aprì un mondo nuovo, venni trasportato da una mentalità di chierichetto preconciliare, con una posizione sociale “conservatrice”, appassionato della liturgia in latino e dei riti che si ripetevano nell’antica abbazia del Santissimo Salvatore sul monte Amiata e ignorante, anzi diffidente verso il Vaticano II, alla nuova cultura conciliare, e anche politica del ’68. Il bello è che feci questo percorso con un gruppo di ragazzi del mio paese, crescendo insieme e scoprendo le contraddizioni della Chiesa, universale e locale e la durezza della realtà del lavoro nelle miniere di mercurio di Abbadia e dell’Amiata, in particolare per la salute dei minatori non tutelata e monetizzata. E in questo fummo guidati da Ernesto Balducci, che stava recuperando, proprio in quegli anni, fino in fondo il suo essere amiatino e figlio di minatori e il suo rapporto con la comunità di origine. Pochi anni dopo, le esperienze proposte da Milani e da Balducci mi hanno aperto all’obiezione di coscienza, con la necessità di ricorrere al Tar del Lazio perché la mia domanda era stata respinta. Recentemente, da prete, ho riscoperto anche Esperienze pastorali (Firenze 1958) di don Lorenzo, anticipatrici profetiche del Concilio, che mi sono state donate da un alunno di Barbiana di origini di Monticchiello.

Padre Ernesto Balducci in particolare si è occupato dell’analisi e del dialogo con il mondo che stava diventando un “villaggio globale” e per me è stato fondamentale perché ha ricomposto il mio essere cristiano con le mie scoperte della politica come bene comune, fatte aderendo al Partito comunista. Gli incontri con lui, l’unico dei tre che ho conosciuto e frequentato personalmente; la lettura di Testimonianze e dei sui scritti; la partecipazione alle sue Messe domenicali quando ero studente universitario a Firenze, celebrate prima alla Madonna della Tosse e poi alla Badia fiesolana e testimoniate nei tre volumi de Il Vangelo della pace (Città di Castello 1985-87); il suo affetto profondo per la nostra Montagna, dalla quale non si è mai mosso, pur essendo cittadino del “villaggio globale”: queste ricchezze di p. Ernesto mi hanno preso per mano e fatto crescere nella mia esperienza politica e di amministratore comunale e nel mio cammino successivo per il presbiterato (sono stato ordinato nel 1998). E mi hanno fatto maturare anche nell’affetto per la Montagna, dalla quale anche io non mi sono mai mosso, anzi ci sono ritornato e le ho dedicato la mia vita di appassionato di arte e di studioso del territorio. Mi permetto di ricordare la fondazione della rivista Amiata storia e territorio nel 1988, uno strumento per studiare la Montagna nelle sue componenti, vedendola dall’interno e dall’esterno, col fine di sognare un futuro possibile. P. Ernesto contribuì a questo progetto e lo seguì con tanto interesse, fino alla sua morte.

Qualche anno fa l’amico Pietro Clemente mi ha definito “balducciano”: lì per lì non lo presi sul serio, anzi mi sentii quasi offeso nella mia pretesa di costruirmi da me e in modo originale, poi, riflettendoci, ho scoperto che aveva proprio ragione.

Padre David Maria Turoldo, monaco dei Servi di Maria, l’ho scoperto nella memoria dell’Eremo della Stinche in Chianti, fondato dall’amico p. Giovanni Maria Vannucci, anche lui monaco dello stesso ordine, realtà che ho frequentata fra gli anni ’80 e ’90 del vecchio secolo. Poi, prete, dopo essere stato parroco per quasi 10 anni a Monticchiello, ho ripreso la scelta eremitica all’origine della mia vocazione e sono ritornato nella povertà e nella marginalità dell’Amiata, che non è più la stessa degli ultimi decenni in cui ha vissuto Balducci. Nel silenzio e nel cammino spirituale mi sostiene quotidianamente la poesia di p. Turoldo: nella preghiera delle ore mi accompagna il suo libro La nostra preghiera. Liturgia dei giorni (Noventa Padovana 2001, Servitium editrice). Turoldo propone una nuova traduzione dei Salmi e dei Cantici, più comprensibile e più poetica della versione ufficiale della Conferenza episcopale italiana; propone inni che guidano nei cieli del Mistero e nell’abbassamento dell’Incarnazione e preghiere che stimolano a comprendere le ricchezze e le povertà estreme della storia e dell’uomo di oggi, entrambe accolte dall’appassionato amore di Dio. A volte rimango sorpreso dalla crudezza e dalla bellezza dei suoi scritti poetici, che mi aiutano a comprendere la complessità e le contraddizioni del Mondo e a sentirmi in comunione con queste.

Penso che proprio nella forza profetica e mistica della sua poesia sia il contributo, l’impegno che p. David Maria ha donato nella sua vita, conclusa nella sofferenza della malattia come don Milani.

Mi diceva la sorella Beppina che p. Ernesto era andato a trovare Turoldo negli ultimi mesi della sua vita ed era rimasto profondamente turbato dalla sua sofferenza, affermando che lui non sarebbe riuscito a sopportarla. Per “fortuna” è morto in un incidente stradale, come sappiamo, nel pieno della sua vita di uomo, religioso e cittadino del Mondo, come gli altri due amici del resto.

Certo non possiamo riprendere alla lettera gli scritti e le idee di don Milani, p. Balducci e p. Turoldo, il loro secolo è passato, ma tante loro intuizioni e soprattutto il loro impegno nel comprendere il Vangelo oggi e nel creare ponti con la cultura e la società contemporanea penso che siano sempre attualissimi e di vitale importanza per la vita e il futuro della cristianità e dell’umanità. Papa Francesco ha ripreso con vigore e determinazione questo impegno rinato con il Concilio vaticano II, che Milani, Balducci e Turoldo hanno contribuito a far maturare e portare avanti. Spero che il Papa riabiliti “ufficialmente” i Nostri e li indichi come uomini di Dio, uomini veri, coraggiosi ed evangelici pienamente inseriti nella storia. Spero anche che Francesco si impegni perché cresca la dimensione profetica della Chiesa, dimensione che oggi sembra scomparsa o nascosta.

L’alternativa è una Chiesa che non comprende la società, che cambia sempre più rapidamente in tutti i suoi aspetti e che rischia di rendere esplosive le contraddizioni che la reggono. L’alternativa è una Chiesa che diventa del tutto estranea ad una società che ha bisogno di Cristo e del suo Vangelo, che ha bisogno urgente di rimettere l’uomo al centro e non il capitale finanziario e il consumo dei beni, di riscoprire la terra come casa comune, di camminare verso l’orizzonte dell’unità della famiglia umana nella bellezza delle differenze. E Milani, Balducci e Turoldo sono profeti credibili di questo sogno che siamo chiamati a far diventare realtà, pena orizzonti ancora più tristi per il futuro. O, forse, la mancanza del futuro stesso!

 

Carlo Prezzolini

 

Testimonianze nn. 512-513, pp. 51-54