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Appunti

Una dimora nella casa del Padre

Una dimora nella Casa del Padre

 Negli ultimi anni ho avuto la grazie di accompagnare tante persone negli ultimi tempi della vita e di stare vicino ai loro cari, cercando di aprire il dolore, spesso disperato, alla speranza della risurrezione: è stata una esperienza difficile, impegnativa ma anche molto bella e arricchente, umanamente e spiritualmente. Credere nella risurrezione è sempre più difficile, perché viviamo in una civiltà con un orizzonte sempre più chiuso nelle realtà materiali.

Eppure se non crediamo nella risurrezione nostra non possiamo credere nemmeno nella risurrezione del Cristo: e allora la nostra fede sarebbe vana e noi cristiani saremmo da compiangere come degli illusi e da condannare come bugiardi. Ma se Cristo è risorto anche noi risorgeremo, in Lui, per Lui e con Lui (cfr. 1 Corinzi 15,12-20). La risurrezione, del Signore e nostra, è la chiave di volta della nostra fede: e come  in un arco, se  cede la chiave di volta viene giù tutto il cristianesimo. Eppure ci crediamo sempre meno, non teoricamente ma nella vita quotidiana.

Il 28 aprile è morto il mio Babbo, anziano e forse stanco di anni: ne aveva 93. E quando muore un genitore, l’unico rimasto, è sempre un grande dolore, è una frattura non ricomponibile nella normalità della vita. Ero pronto, da tempo lo affidavo al Padre, eppure la sua morte  mi ha costretto a rinterrogarmi, nel profondo, sulla mia fede nella risurrezione, in particolare a chiedermi se è luce nel mio dolore. E non ho potuto far meno di toccare con mano che la mia fede è poca cosa, povera, fragile; non ho saputo fare altro che rispondere, col  babbo del ragazzo epilettico che chiede a Gesù di guarire il figlio: “Credo”, Signore, ma tu “aiuta la mia incredulità” (Marco 9,24).

Accogliendo questa mia povertà, il dolore ha fatto spazio alla gratitudine: per le tante persone che sono state vicine a me, a mia sorella Rita e ai nostri cari, in particolare per il nostro  vescovo Guglielmo e per il vescovo Rodolfo e per tanti confratelli sacerdoti; per babbo Alberto, onesto ed esperto muratore, per la famiglia che ha formato con mamma Iris, non in modo perfetto ma come ha potuto e saputo; per il Signore che per tanti anni ce lo ha donato e per la speranza che lo accolga nella sua Casa.

Babbo se ne è andato portando con sé un libro molto importante per lui, anzi il più importante: il Vangelo che gli avevo donato tanti anni fa e che è stata la sua colonna quando, dopo un grave trauma cranico del 2002, ci impegnammo insieme a scegliere la vita. In questo libro ha imparato a leggere di nuovo e questo libro ha continuato a scrutare ed interrogare.

Il Vangelo era aperto in Giovanni, ai capitoli 13 e 14: Gesù, lava i piedi ai discepoli, facendogli sperimentare che l’amore, quando è vero, si fa servizio, si annulla per gli amati, per i suoi amici (per noi, per tutta l’umanità) e li invita a fare altrettanto. Come segno unico di adesione a Lui poi ci dona la “comandamento nuovo”: amarsi gli uni gli altri come Lui ci ha amato, unico modo di essere riconosciuti come suoi discepoli. E come ulteriore dimostrazione di amore consola i suoi amici invitandoli a non essere turbati perché sarebbe andato nella Casa del Padre per preparare una dimora per loro, dove Lui stesso li avrebbe portati (Giovanni 14,1-6). Il dimorare, il rimanere nell’amore del Padre che il Figlio ci ha fatto sperimentare con la sua vita, con i suoi gesti e i suoi insegnamenti, è l’orizzonte, teologico ed esistenziale, del Quarto Vangelo.

Babbo ci credeva nella Casa del Padre e più volte, magari con domande che per la mia supponenza culturale e spirituale mi sembravano un po’ ingenue, su questo mi ha chiesto spiegazioni.

Davvero la speranza di una vita nuova nella Casa del Padre, dove il Signore ci ha preparato una dimora e dove noi continueremo a crescere nell’amore sotto lo  sguardo paterno e materno di Dio per diventare come lui, è l’unica speranza nella pochezza infinita e nella ricchezza altissima della nostra vita.

Credo io, sacerdote e testimone del Signore, questo? Io non so che balbettare, con il babbo del fanciullo epilettico del Vangelo di Marco: credo, Signore, ma accogli la povertà della mia fede, della mia testimonianza, della mia vita. Credo, ma tu aiutami nella mia incredulità!

 

 

Carlo Prezzolini

 

 

Toscana oggi – Confronto, 12 maggio 2013