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Appunti

La bibbia amiatina

            LA BIBBIA AMIATINA

 La regia abbazia del Santissimo Salvatore al Monte Amiata è stata dalla fondazione agli inizi del XIII secolo, pur con alterne vicende,  uno degli enti ecclesiastici più importanti della Tuscia, la regione compresa fra l’attuale Toscana meridionale e l’alto Lazio. Protagonista della evangelizzazione e dello sviluppo economico e sociale di un ampio territorio attorno all’Amiata, è stata figlia e madre della via Francigena, custode e gestrice di un ampio tratto di questa importante via di pellegrinaggi e di commerci, dalla valle dell’Orcia fino al lago di Bolsena e oltre, verso la città di Viterbo.

 

E’ stata anche una degli insediamenti monastici più longevi: dalla fondazione, avvenuta intorno alla metà dell’VIII secolo ad opera di Erfo, nobile longobardo del Friuli, i monaci benedettini prima e cistercensi poi (dal 1228) l’hanno ininterrottamente retta per oltre 1000 anni, fina alla soppressione del granduca Pietro Leopoldo di Toscana, avvenuta nell’anno 1782.

Questa continuità ha permesso la conservazione di un ricchissimo fondo diplomatico, punto di riferimento obbligato per chi si occupa dell’alto medioevo nella ricordata Tuscia, studiato e pubblicato, dalle origini al 1198, da Wilhelm Kurze, dell’Istituto storico germanico di Roma.

In questi ultimi anni si è incominciato ad indagare anche il ruolo culturale e spirituale di San Salvatore, ipotizzando la presenza di una ricchissima biblioteca e di un importante scriptorium. L’architettura della chiesa romanica, costruita dall’abate Winizzo e consacrata nel 1035 da Poppone, patriarca di Aquileia, e il monumentale Crocifisso romanico, di cui ho trattato su Rivista Liturgica, sono importanti testimonianze di questa grande realtà spirituale e culturale.

I monaci cistercensi, della congregazione di Santa Croce in Gerusalemme, sono tornati nel 1939 per costruire la nuova parrocchia di Abbadia San Salvatore, che nel tempo è diventata una delle più popolate dell’intera diocesi di Chiusi e Pienza. Purtroppo questa attività li ha presi totalmente e la vita monastica non è stata ricostituita; l’abbazia amiatina, sottoposta a quella di Santa Croce  di Roma, è stata soppressa con la casa madre con decreto pontificio nel 2011.

 

La Bibbia amiatina: dallo scriptorium dei monasteri di Wearmouth-Jarrow a Roma

 

San Salvatore ha conservato per almeno 800 anni uno dei più preziosi monumenti scrittori del mondo occidentale: la Bibbia impropriamente detta amiatina, cioè la redazione più antica che ci è pervenuta della Vulgata di san Girolamo.

La monumentale opera è impropriamente detta “Bibbia amiatina” perché la sua composizione è avvenuta prima della fondazione di San Salvatore,  nella lontana Northumbria, regione dell’Inghilterra del nord.

Protagonisti dell’evangelizzazione e della vita culturale e spirituale di questa regione furono due monasteri gemelli, quelli di Wearmouth e di Jarrow, la cui storia, fino al 716, è raccontata dal venerabile Beda nella sua Historia abbatum, opera conclusa nel 731.  L’ Historia è preceduta dalla Vita Ceolfridi, di autore anonimo. Queste due opere ricostruiscono la fondazione dei due insediamenti monastici, la successione degli abati e parlano anche della Bibbia amiatina. I monasteri vennero fondati da Benedetto Biscop, nobile nato nella regione della Northumbria, cresciuto nella locale corte reale, poi viaggiatore e monaco. Andò più volte pellegrino a Roma, dove sì formò come monaco e da dove portò molti libri. Fondò il monastero di Wearmouth, vicino alla foce del fiume Wear, nel 674; dal monastero una ventina di monaci sciamarono per fondare, nel 682, il vicino monastero di Jarrow: fra questi c’erano il giovane Beda e Ceolfrido, il primo abate della nova fondazione. Dal 688 al 716 Ceolfrido resse entrambi i monasteri, impegnandosi molto nella crescita culturale di questi, organizzando lo scriptorium e la biblioteca, arricchita con l’acquisto di nuove opere a Roma. In un viaggio nella città dei santi Pietro e Paolo, nel 679-80,  Benedetto  e Ceolfrido tornarono con un codice identificato dagli studiosi  con il Codex grandior, opera  composta a metà del VI secolo nel monastero di Vivario in Calabria, fondato dal grande intellettuale Cassiodoro.

 

La Bibbia di Cassiodoro, andata dispersa, fu il modello per la realizzazione nei monasteri inglesi di ben tre copie della Sacra Scrittura: due destinate ai monasteri di Wearmouth e di Jarrow, la terza, la più monumentale, da inviare come dono al Papa. E proprio Ceolfrido, ormai giunto alla veneranda età di 74 anni e malato, decise di compiere l’ultimo pellegrinaggio a Roma nel 716. Le sue condizioni di salute si aggravarono durante il viaggio e, il 25 settembre dello stesso anno, morì a Langres, nella Francia settentrionale. Una parte dei monaci che lo accompagnavano ritornò nel proprio monastero, mentre altri proseguirono alla volta di Roma consegnando la Bibbia a papa Gregorio II, che ringraziò con una lettera, portata dai monaci a Wearmouth.

 

 

La Bibbia di Ceolfrido da Roma a San Salvatore, di nuovo a Roma per pochi anni, poi a Firenze

 

Non sappiamo quando la monumentale Bibbia sia giunta a San Salvatore ne’ il perché. Sappiamo che c’era già agli inizi dell’XI secolo, forse anche alla fastosa cerimonia di consacrazione della nuova chiesa del 13 novembre del 1035, cerimonia  presieduta da Poppone, patriarca di Aquileia, con la partecipazione di 18 fra cardinali e vescovi e tanti altri nobili uomini. In quel tempo Bonizo, monaco scrittore di San Salvatore, copiò il primo e l’ultimo rigo della dedica della Bibbia nell’iscrizione in apertura della sua copia dei Moralia in Job di Gregorio Magno, realizzata nello scriptorium amiatino ed oggi conservata alla Biblioteca Apostolica del Vaticano, nel fondo Barb. lat., n. 573.

 

Riporto la pagina dedicatoria della Bibbia:

 

Cenobium ad eximii merito uenerabile Saluatoris,

quem caput ecclesiae dedicat alta fides,

Petrus Langobardorum extremis de finibus abbas,

Deuoti affectus pignora mitto mei,

meque meosque optans tanti inter gaudia patris

in caelis memorem semper habere locum.

 

La pagina dedicatoria è risultata determinante per stabilire che la Bibbia amiatina fosse la terza copia fatta comporre da Ceolfrido per donarla al Papa: questa pagina risulta infatti trascritta nell’Historia abbatum prima ricordata. Le parole segnate in grassetto risultano modificate alla venuta dell’opera nell’abbazia amiatina: il nome dell’abate Petrus Langobardorum è riscritto raschiando l’originale Ceolfridus anglorum.

Recenti ricerche hanno proposto di identificare l’abate Pietro con il secondo abate con questo nome che resse l’abbazia amiatina dall’ 886 al 911, in un periodo particolarmente florido per San Salvatore. In questo periodo potrebbe essere arrivata anche la Casula detta di san Marco papa, forse la più antica veste giunta a noi integra e composta da un grande taglio di seta rossa cremisi di fattura persiana datato fra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo. In realtà si tratta di un piviale che nella parte alta porta un ricamo con l’iscrizione Iohannis Episcopus: è stato ipotizzato che si tratti del papa Giovanni VIII, che resse la Chiesa dall’872 all’882 e che la veste liturgica  sia stata donata al pontefice dall’imperatore Carlo il Calvo. La casula è conservata nel piccolo ma prezioso museo dell’abbazia di San Salvatore, insieme ad un cofanetto reliquiario di arte scoto-irlandese del secolo VIII. Il cofanetto è stato ritrovato nell’altare maggiore dell’abbazia durante i ripristini degli anni ’20 del ‘900, ancora chiuso da un sigillo in cera con un busto e una iscrizione che rimanda all’abate Helpigisio, successore di Winizo.

Si potrebbe ipotizzare anche che le tre opere ricordate, la Bibbia, la casula e il cofanetto, siano state portate in dono da Roma al tempo della dedicazione della nuova chiesa, nel 1035, e che lo stesso Bonizo abbia corretto la pagina dedicatoria citando un abate famoso per dare più lustro all’abbazia. Nella stessa occasione Poppone portò in dono le reliquie dei Santi martiri aquileiensi, Felice, Fortunato,  Ermacora, Proto e i fratelli Canzio, Canziano e Canzianilla, e, forse, anche le reliquie di san Marco papa, il cui culto è attestato nella pergamena della dedicatio.

Probabilmente nello stesso periodo la Bibbiaveniva preparata per l’uso liturgico con l’aggiunta di notazioni musicali alle Lamentazioni di Geremia (cc. 586-587) e al Cantico di Nabucodonosor (Daniele 3,1-22, cc. 636v-637v).

Il problema  della data della venuta della Bibbia a San Salvatore forse potrebbe essere risolto con una dettagliata analisi delle modifiche alla dedica, dal punto di vista della scrittura e dell’inchiostro usato.

Sappiamo che papa Pio II,  Enea Silvio Piccolomini, nato nel castello di Corsignano, poi chiamato Pienza in suo onore, vicino all’Amiata, nel suo soggiorno dell’estate del 1462 a San Salvatore parla della Bibbia ricordando, fra i preziosi arredi liturgici dell’abbazia e fra i resti della biblioteca anche “unum maximum et admirabile Veteris et Novis Testamenti litteris maiusculis exaratum, quod Pius pontifex cupide vidit”.

L’opera era  talmente importante che nel 1587 fu portata a Roma, dove rimase per quasi tre anni, per essere consultata per la nuova redazione della Sacra Scrittura detta sisto-clementina, come ricorda la nota posta nel verso della prima carta del manoscritto:

“La presente Bibia a dì 12 di Luglio 1587 fu portata all’Illustriss. Sig Cardinale Antonio Carafa, per l’opera della emendatione della Bibbia latina vulgata per ordine di Sua Santità Sisto V in Roma, e fu restituita a dì 19 di gennaro 1590 alli Reverendi Padri D. Marcello Vanni, e Don Stefano Bizzetti monaci di Monastero di S. Salvatore in Montamiata. Io Arturo dè Conti d’Elci”

Sappiamo che la grandiosa, considerata col tempo come una reliquia, viene poi conservata in uno degli armadi portareliquiari posti ai lati dell’altare maggiore, come documenta un inventario abbaziale del 1770 conservato all’Archivio di Stato di Firenze (Compagnie soppresse, 467, fasc. 240, cc. 1-58).

Con la soppressione di San Salvatore l’antico codice venne trasferito prima all’abbazia cistercense di San Frediano al Cestello di Firenze e nel 1784, in seguito alla soppressione anche di questa casa monastica, alla Biblioteca Medicea Laurenziana della città, che divenne la sua sede definitiva. E’ catalogata con la segnatura Amiatino 1; la Biblioteca conserva altri sei importanti codici provenienti dalla biblioteca di San Salvatore.

 

La scrittura e le miniature

 

Come detto la Bibbia Amiatina è la più antica copia che sia giunta completa della Vulgata di san Gerolamo. E’ di dimensioni monumentali, composta da 1029 fogli di 500x335 mm., pensata non per la consultazione ma forse per uso liturgico e senz’altro come dono al Pontefice. E’ un’opera che condensa e riassume la tradizione tardoantica e altomedievale della produzione di codici, nella sua scrittura e nelle decorazioni.

All’interesse paleografico, filologico e biblico del codice, si aggiunge anche quello storico-artistico, per la presenza di numerose miniature a piena pagina distribuite nell’Antico Testamento e nel frontespizio di apertura del Nuovo Testamento.

Il testo si articola su due colonne con 44 linee di scrittura, composta da più amanuensi in caratteri molto affine all’onciale romano. Un rilevante argomento di interesse sono anche le notazioni musicali delle Lamentazioni di Geremia e di parte del libro di Daniele.

Il primo fascicolo, non numerato, è costituito da miniature, che presentano più influenze artistiche: il codex grandior di Cassiodoro, l’arte di Bisanzio e le nuove elaborazioni artistiche inglesi.

Particolarmente interessanti si presentano le raffigurazioni di Esdra (o lo stesso Cassiodoro), il Tabernacolo di Mosè, miniato su due fogli, e la Maiestas Domini, che apre il Nuovo Testamento. Fra le miniature troviamo anche schemi diagrammatici con le divisioni della Bibbia secondo san Girolamo, secondo Agostino e secondo Ilario: tutte queste illustrazioni in alto hanno un medaglione con dipinti, rispettivamente, il Figlio, raffigurato nell’Agnello, lo Spirito santo, sotto forma di Colomba, e una raffigurazione antropomorfa del Padre, forse una delle prime che siano state realizzate.

La raffigurazione di Esdra (c. 4 ) è una delle più interessanti. Di influenze classiche e bizantine, ispirato forse dallo stesso Codex grandior di Cassiodoro, raffigura l’autore dell’omonimo libro che narra il ritorno a Gerusalemme del popolo ebraico dall’esilio babilonese, in seguito all’editto di Ciro (538 a.C.). Esdra è raffigurato seduto nell’atto di scrivere il suo libro, che tiene sulle ginocchia, contornato da inchiostri  e strumenti per comporre il codice. Sullo sfondo si apre un grande armadio ligneo a due ante, sormontato da un timpano triangolare, con cinque ripiani in cui sono sistemati nove volumi rilegati in rosso, riferimento alla biblioteca di Vivarium di Cassiodoro. L’armadio è ricco di raffigurazioni simboliche.

Un'altra importante miniatura è la Maiestas Domini (c. 796v) che introduce il Nuovo Testamento, immagine di gusto insulare, con figure non proporzionate e con lo sguardo fisso. All’interno di una cornice lineare è contenuto un medaglione con Cristo su un trono dorato, raffigurato frontalmente, che sostiene con la mano sinistra il Vangelo, mentre la mano destra sembra indicare il libro stesso. Ai lati del Cristo sono raffigurati due angeli adoranti, con in mano un’asta. Ai quattro angoli della pergamena sono raffigurati gli Evangelisti con i loro simboli: in alto a sinistra Matteo con l’angelo, a destra Giovanni con l’aquila, in basso a sinistra Marco con il leone e a destra Luca con il toro. La miniatura potrebbe essere servita come modello ad una raffigurazione con lo stesso soggetto che illustra il Missale amiatinum, c. 192v., uno dei libri liturgici più antichi che ci siano giunti, probabilmente composto a San Salvatore nell’ XI sec. ed oggi conservato alla biblioteca Casanatense di Roma (ms 1907).

Nel 1999 la Bibbia amiatina è stata scucita e ricomposta, per più accurati studi e per risolvere alcune incongruenze della sequenza delle miniature, e fotografata a colori. Questo lavoro è stato utilizzato per alcune riproduzioni in facsimile ad opera della Meta editrice di Firenze, una delle quali, a grandezza naturale, è conservata nel museo dell’abbazia di San Salvatore. E’ stato realizzato anche un CD-rom interattivo da parte di Claudio Leonardi e della sua equipe di ricerca afferente alla Sismel.

 

Carlo Prezzolini

Il piccolo chiostro

Via del Saragiolo 137

I – 53025 PIANCASTAGNAIO (Si)

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Didascalie miniature

2) che va messa per prima:

Bibbia amiatina, miniatura con Esdra, c. 4

 

1)che va messa per seconda:

Bibbia amiatina, Maiestas Domini, c. 796v

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Punto di riferimento per la redazione di questo articolo è stata la tesi di laurea di A. PIZZETTI, La fortuna critica della miniatura della Bibbia amiatina, discussa all’Università degli Studi di Firenze, facoltà di Lettere e Filosofia, coso di Laurea in Lettere, relatore Alessandro Guidotti, anno accademico 2003-2004; ringrazio la Pizzetti di avermi messo a disposizione il suo lavoro, che si presenta come una importante sintesi degli studi sul codice. La Pizzetti ha pubblicato due articoli sul suo lavoro:

Le miniature della bibbia amiatina”, in “Amiata storia e territorio” 54-55 (2007)  pp. 6-14; La bibbia di Ceolfrido nell’Abbazia Amiatina, in “Amiata storia e territorio”  57 (2008) pp. 24-29.

La Bibbia Amiatina, cd-rom, AA.VV., Firenze 2000.

Si vedano anche di M. GORMAN: The Codex Amiatinus: A Guide to the Legends and Bigliography, “Studi Medievali, 44 (2003) pp. 863-910; Codici manoscritti dalla Badia amiatina nel secolo XI, in M. MARROCCHI – C. PREZZOLINI (edd.), La Tuscia nell’alto e pieno medioevo. Fonti e temi storiografici “territoriali” e “generali”. In memoria di Wilhelm Kurze, Firenze 2007.

 

 

La Historia Abbatum Auctore Beda è stata edita in Venerabilis Baedae opera Historica, C. Plummer (ed), Oxford 1896, pp. 364-387. Nell’opera è edita anche la Vita Ceolfridi Abbatis Auctore Anonymo, pp. 388-404.

La citazione di Pio II è stata tratta da: Enea Silvio PICCOLOMINI, I Commentarii, L. TOTARO (ed), Milano 1984, II libro IX p. 1649.

 

Su San Salvatore e la sua storia e sugli aspetti spirituali si rinvia alla bibliografia citata negli articoli del sottoscritto: Il Mistero di Dio nel Crocifisso romanico e nel reliquiario di San Marco papa dell’abbazia del Santissimo Salvatore, in “Rivista liturgica” 2 (2010) pp. 318-327;  Il culto alla Trinità nell’abbazia del Santissimo Salvatore al Monte Amiata fra X e XI secolo. Ipotesi di Ricerca, in “Rivista liturgica” 3 (2012) pp. 510-520.

Sulla casula di san Marco papa si veda: La casula di San Marco papa, L. DOLCINI (ed.), Firenze 1992.

La pergamena della dedicatio del 1035 è pubblicata e commentata da M. MARROCCHI, San Marco papa nel fondo diplomatico di San Salvatore: alcune considerazioni intorno alla notitia consecrationis, in C. PREZZOLINI (ed.), San Marco papa patrono di Abbadia San Salvatore, Montepulciano 2044, pp. 81-97.

Sulla vita culturale di San Salvatore si veda M. Marocchi, Scritture e potere in un monastero toscano. San Salvatore al Monte Amiata nei secoli VIII-XIII, di prossima pubblicazione, che riassume gli studi dell’autore su questo tema.