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Appunti

L'Amiata di Ernesto Balducci

LA MONTAGNA DI ERNESTO BALCUCCI:

TERRA DI NATURA E DI CULTURA

 Una delle immagini che mi sono rimaste più impresse degli scritti di padre Ernesto Balducci, riportata nel libro intervista di Luciano Martini Il cerchio che si chiude, è quella che racconta del fascino che avevano su di lui  bambino le suore  Cappuccine: gli capitava di alzarsi nella notte per vedere, dalla finestra della sua camera, le luci delle celle che si accendevano e si spengevano quando le recluse si alzavano per “mattinar lo Sposo”. Ha ricordato questa espressione anche Enzo Bianchi, nella sua lectio magistralis tenuta a Palazzo Vecchio di Firenze, nel grande e affollato salone dei Cinquecento, in occasione dell’apertura delle iniziative per il 20° della sua morte. Il priore di Bose ha ricordato, per proporre con una immagine forte la costante adesione dello Scolopio al mistero di Cristo vero Dio e vero uomo, che p. Ernesto concludeva: “Io da quella finestra non mi sono mai mosso”.

Sembra un’ immagine contraddittoria per Balducci, uomo e  religioso particolarmente attento ai profondi cambiamenti in atto nella Chiesa e nell’umanità della seconda metà del XX secolo, ricco di conoscenze e di esperienze avute in tante parti d’Italia e del mondo. Ma in questa espressione “Io da quella finestra non mi sono mai mosso” c’è tutta la fedeltà di Ernesto alla  memoria della sua famiglia e della sua Montagna di origine, c’è tutta la fedeltà al Mistero dell’Amore di Dio che diventa vero uomo per camminare con noi, per condividere le gioie, le speranze e le sofferenze dell’umanità e di ogni uomo.

Ma che vedeva da quella finestra p. Balducci? Vedeva, oltre all’ala settentrionale del convento delle Cappuccine con le piccole finestre che si accendevano e spengevano, i minatori che ritornavano dalle lontane miniere di mercurio del Siele e delle Solforate; vedeva una parte delle mura medievali di Santa Fiora e una parte dell’alta Valle del Fiora con le pendici dell’Amiata. Vedeva una parte della eccezionale “natura storica” che compone la sua Montagna. Penso che iniziasse a percepire il “cuore antico” del suo paese e della sua Montagna.

Balducci parlerà dell’Amiata come di una terra che si è affacciata alla modernità quando questa è andata ormai in crisi; parlerà delle potenzialità dell’ambiente e dei centri storici dell’Amiata, su cui pensare uno sviluppo nuovo, che facesse sognare oltre la chiusura delle miniere di mercurio, che aveva posto fine ad una epoca storica, economica e sociale.

Queste idee sono state alla base dell’avventura, umana e culturale, della rivista “Amiata storia e territorio”, che quest’anno giunge al traguardo del 25° anno, che vide l’adesione entusiasta di p. Ernesto: “il futuro ha un cuore” scrisse nel primo numero della rivista .

 L’estate passata sono stato, per quattro mesi, amministratore parrocchiale del paese natale di Balducci, Santa Fiora, in seguito alla morte del parroco. E’ stata una importante esperienza di vicinanza e di cammino con la provata Comunità santafiorese; è stata l’occasione per riscoprire la bellezza e l’interesse del centro storico del paese: ogni volta che andavo alla pieve, a piedi per rispetto della gente e delle pietre, facevo una  delle tante strade che dalla piazza, cuore del centro, scendono verso la chiesa delle Sante Flora e Lucilla.

Mi è capitato anche di partecipare ad una iniziativa in occasione del 30° anniversario della fondazione del centro di cultura tibetana di Merigar: ho avuto l’impressione che, nel tentativo di collegare Merigar alla spiritualità dell’Amiata, si limitasse quest’ultima all’esperienza, senz’altro interessante, di Davide Lazzaretti e del suo movimento. Un giornale locale ha proposto addirittura, banalmente direi, una continuità spirituale fra il Profeta dell’Amiata e Merigar, come una specie di staffetta.

Spesso si incorre anche nel limite di considerare dell’Amiata la sola storia delle miniere e dei minatori, esperienza fondamentale, almeno per una parte della Montagna, ma che ha segnato solo poco più di un secolo il territorio.

 L’Amiata, la sua storia e cultura, la sua spiritualità affondano le radici ben aldilà del XIX secolo. L’Amiata è la montagna sacra degli Etruschi. E’ la terra che da metà dell’VIII secolo vede la presenza e la feconda opera dell’abbazia benedettina di San Salvatore, figlia e madre di un ampio tratto della strada longobarda che poi verrà chiamata Francigena, e che opererà, per secoli, per diffondere il Vangelo, la civilizzazione e la cultura in un territorio ampio che va dalla Val di Chiana alla costa del Tirreno, dall’Amiata fino alla città di Viterbo. Alcune recenti ricerche propongono San Salvatore come importante centro culturale e spirituale, almeno per l’XI e XII secolo, paragonabile a Montecassino, casa madre dell’Ordine benedettino. E questo, in attesa di nuove ricerche documentarie, ce lo raccontano la chiesa abbaziale, con l’eccezionale cripta protoromanica, i resti del patrimonio di culto e l’archivio diplomatico, uno dei più ricchi dell’Itala centrale. Ce lo raccontano anche la struttura e le architetture romanico-gotiche, rinascimentali, barocche e ottocentesche del Castrum de Abbatia, composto da tre successive espansioni murate, la Castellina, il Castello e il Borgo, ognuna con le sue chiese. L’espansione mediana è articolata su quattro strade pianeggianti e parallele fra loro: sembra  una struttura cittadina progettata riprendendo le idee ispiratrici del castrum romano.

Anche Santa Fiora antica ha una struttura composta da tre successive espansioni, ancora oggi percepibili visitandola: il Castello, che parte dall’antico palazzo degli Albobrandeschi, poi degli Sforza, e arriva alla pieve romanico-gotica; il Borgo, con la chiesa, già convento, di Sant’Agostino, il convento delle ricordate Cappuccine e  il ghetto degli Ebrei; infine Monte Catino, con la Peschiera e la Madonna delle Nevi.

Visitando i centri storici di Abbadia e Santa Fiora mi trovo sempre a scoprire particolari nuovi, scorci nuovi; mi trovo sempre a meravigliarmi dell’armonioso dialogo che gli edifici innestano fra loro, con le strade, le piazze e l’ambiente che li accoglie.

Abbadia e Santa Fiora non sono fiori isolati ma fanno parte di un insieme di insediamenti di origine medievale, frutto delle dinamiche storiche locali e di quello del territorio più ampio della Tuscia, cioè quella  zona ampia e storicamente importante composta dalle attuali Toscana meridionale, Umbria e alto Lazio. Queste dinamiche hanno rimodellato  il dato naturale della Montagna, modificandolo profondamente ma in modo sempre armonico e bello. Ricordo l’anello di centri storici che abbraccia la vetta della Montagna e che, oltre Santa Fiora ed Abbadia, comprende Piancastagnaio, Arcidosso, Castel del Piano, Seggiano, Vivo e Campiglia d’Orcia: costruiti dove la colata vulcanica della immensa piramide trachitica si è adagiata sulle precedenti colline di rocce argillose. E’ in questo piano di contatto che sgorgano le sorgenti, è qui che hanno inizio i boschi di castagno: siamo nel cuore dell’antica Amiata, le cui Comunità vivevano, secondo la colorita ed efficace espressione che il naturalista Giorgio Santi scrive alla fine del 1700, di “pan di legno e vin di nuvole”. Una esistenza povera ma decorosa. E alla corona che circonda la vetta dell’Amiata si aggiungono i castelli sulla sommità di poggi isolati nelle pendici del massiccio centrale o nelle Valli dell’Orcia, del Paglia, del Fiora e dell’Albegna: Castiglione, Rocca e Ripa d’Orcia, Contignano e Radicofani, Castell’Azzara e Selvena, Montelaterone, Montegiovi, Monticello, Montenero, eppoi, più distanti, Cinigiano, Roccalbegna, Semproniano e gli altri antichi centri dei loro territori.

E tutti i paesi sono ancora ben conservati e  ricchi di rocche, palazzi e chiese. All’abbazia di San Salvatore e alle sue fondazioni, in particolare ricordo la pieve di Lamula, si sono uniti altri monasteri, poi gli ordini francescani: la vita di Francesco d’Assisi è ricca di incontri con l’Amiata, dove  fonda diversi conventi,  si  riposa sotto le fronde del Leccio delle Ripe e misticamente si sposa, alle Briccole lungo la via Francigena, con Madonna Povertà. E del Santo poverello seguiranno le orme santa Caterina da Siena, san Bernardino, i mistici Brandano e Passitea Crogi, fino ad arrivare alla ricordata esperienza di Lazzaretti e, spingendoci fino ad oggi, al nuovo monastero di Siloe, nei pressi di Sasso d’Ombrone, su un’ampia terrazza sulla Maremma. E in questo retroterra spirituale, che feconda ancora le Comunità amiatine, si unisce, ritengo, anche l’esperienza di Merigar.

 Quanto avrà emozionato padre Ernesto l’eccezionale raccolta di terrecotte robbiane che, come uno scrigno, conserva la pieve di Santa Fiora. Ernesto bambino avrà contemplato, ammirato e stupito, la storia di Gesù, che inizia nella predella del trittico con l’Incoronazione della Madonna e racconta l’Annunciazione, la Natività in un’umile grotta e l’Adorazione dei magi. Le storie del Signore proseguono con l’elegantissimo Battesimo, l’Ultima cena, il Crocifisso, la Risurrezionee l’Ascensione. Sono storie raccontate con una raffinata eleganza formale e cromatica, unita ad una grande chiarezza espositiva: un vero e proprio catechismo fatto di figure plasmate nell’umile argilla impreziosita dalla tecnica dei della Robbia.

Anche Radicofani ha una eccezionale raccolta di terrecotte robbiane, divise fra la pieve romanico-gotica di San Pietro e la chiesa di Sant’Agata. Accanto alla pala della Crocifissione, con la Maddalena inginocchiata ai piedi del suo Maestro, sono presenti tutte raffigurazioni mariane: una statua della Madonna annunciata e ben tre pale con la Madonna col Bambino fra i Santi più venerati dal paese

Quelle di Radicofani e Santa Fiora sono due delle più rilevanti raccolte della opere della famosa scuola avviata, a metà ‘Quattrocento, dal classico Andrea della Robbia. Arte fiorentina che si differenzia dall’arte senese presente nelle altre chiese amiatine, e sono chiare le motivazioni: a Santa Fiora c’erano gli Sforza di Milano e Radicofani si trovava sul percorso della Francigena, strada non solo di pellegrinaggi e di commerci ma anche di fecondi scambi culturali e sociali. Fra ‘Quattrocento e ‘Cinquecento sono due Comunità  stimolate a guardare oltre la città dominante di Siena.

Del resto anche il Crocifisso romanico di San Salvatore, del XII secolo, testimonia il dialogo dell’abbazia con i poteri mondiali del tempo, l’impero ed il papato: di cultura francese, o germanica secondo le ipotesi degli studiosi, è stupendo per le forme e per il dialogo che è capace di instaurare con chi gli si pone di fronte.

Ma è soprattutto la scuola senese, con i suoi maestri  più importanti e i loro seguaci, che segna l’arte figurativa delle chiese amiatine: Duccio, Ambrogio e Pietro Lorenzetti, Luca di Tommè, per citare i più famosi. Da questa feconda realtà, arricchita anche da alcune presenze umbre e laziali, nasce l’arte della famiglia Nasini, originari di Piancastagnaio e Casteldelpianesi di adozione, che racconteranno la fede delle Comunità nell’Amiata e oltre, in tutta l’Itala centrale.

E in questa fecondità spirituale e storico-artistica, nella bellezza della natura della Montagna che Balducci appellava “Madre”, con i suoi boschi di castagni e di faggi, con la ricchezza delle acque che dissetano la Toscana meridionale e l’alto Lazio, si innesta l’esperienza umana, profetica, spirituale e sociale di padre Ernesto: figlio di minatori, figlio dell’Amiata, di Firenze e del mondo.

Penso che tutto questo vedesse Ernesto Balducci dalla finestra della sua camera, dalla sua casa posta nei pressi delle medievali mura del Castello, verso settentrione. Penso che questa realtà storica e umana, fatta di lavoro faticoso nei boschi, nei campi, nella lavorazione del legno, della lana e di altre fibre naturali, del ferro e della carta, a cui subentra dalla metà del 1800 il durissimo lavoro nelle miniere di mercurio, in un ambiente eccezionale dal punto di vista naturalistico ed artistico, abbia fecondato la vita di Balducci, nella sua complessità e nella sua evoluzione culturale e spirituale.

 Non è tutto bello, naturalmente, sulla Montagna: i nuovi sviluppi dei centri, avvenuti soprattutto dagli anni ‘Sessanta del vecchio secolo, sono anonimi, se non decisamente brutti. I tanti sentieri nei boschi non sempre sono praticabili ma spesso sono trascurati. La portata delle sorgenti sta diminuendo: e ancora non è chiaro se dipenda solo dalla diminuzione delle precipitazioni atmosferiche o anche dallo sfruttamento della geotermia. La vetta dell’Amiata, che si eleva a oltre 1.700 m, è invasa da tralicci e ripetitori che soffocano la monumentale, centenaria Croce in ferro battuto e turbano lo skyline  della Montagna. Eppoi le divisioni in due Province, in due Associazioni di Comuni che non comunicano e che non hanno più una visione unitaria della Montagna. E la mancanza di prospettive che vedono immobili o seguire obiettivi parziali o fuorvianti gli Enti locali e le Comunità amiatine. Gli studi languono, i beni culturali si trovano sempre più spesso in situazioni non ottimali; la natura storica e la ricchezza umana degli Amiatini non sono base per ripensare un futuro possibile, ecologicamente sostenibile e di qualità.

Più volte, di fronte a questa situazione, ho pensato a quanto poteva essere di stimolo la presenza forte e appassionata del maestro e amico p. Ernesto Balducci, che, cittadino del mondo, non si è mai spostato dalla  finestra della sua camera dove contemplava, affascinato, la vita donata allo Sposo, vissuta camminando con Lui e nella Sua compassione per l’Umanità e per il creato; dove contemplava il “cuore antico” dl suo Paese e della sua Montagna.

 Carlo Prezzolini

(Testimonianze, 481-482, 2012, pp. 309-313)