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Appunti

Incontro con Gesù: i dieci lebbrosi

 Incontro con Gesù: i dieci lebbrosi

 Nell’antica Palestina, ma anche oggi nei paesi poveri, i lebbrosi erano gli ultimi davvero, i più poveri, esclusi dalla società civile e religiosa. Il Libro del Levitico contiene addirittura due capitoli, 13° e 14°, di prescrizioni su questa terribile malattia, sul suo riconoscimento e su possibili guarigioni, rimandando la questione ai sacerdoti. 

Significativo mi sembra il Levitico 13,45-46: “Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: ‘Impuro! Impuro!’. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dall’accampamento.”

A monte di queste prescrizioni c’era sia la paura del contagio di questa malattia, che progressivamente distruggeva il corpo, sia il pensiero che fosse, come altre tragedie umane, una punizione di Dio per i peccati commessi dal malato o da qualche suo antenato.

Il Signore stravolge questi pensieri e propone un nuovo concetto di impurità: quella del cuore, della coscienza.

Nella parte iniziale del Vangelo di Luca Gesù incontra un malato che non rispetta le regole e si getta ai suoi piedi: il Signore per guarirlo stende la mano e lo tocca, diventando così impuro anche lui (5,12-16). Un nuovo incontro con un gruppo di lebbrosi avviene nel viaggio verso Gerusalemme (17,11-19): sono 10, rispettosi delle regole si fermano a distanza, chiamano Gesù “maestro” e lo invocano “abbi pietà di noi”. Il Maestro, questa volta rispettando le prescrizioni del Levitico, invita i malati a presentarsi ai sacerdoti. Il gruppo continua ad avere fiducia e si mette in viaggio: proprio nel viaggio avviene la purificazione. Nove continuano ad obbedire al comando di Gesù e proseguono, per farsi certificare l’avvenuta guarigione ed essere riammessi nella società civile e religiosa; uno disobbedisce a Gesù e torna indietro, “lodando Dio a gran voce” e  prostrandosi ai suoi piedi per ringraziarlo. Disobbedisce intuendo che il Maestro è stato la Parola di Dio che lo ha guarito. Luca nota che “era un Samaritano”, cioè un eretico rispetto al popolo ebraico, un sangue misto, uno che apparteneva ad un popolo che non riconosceva il tempio di Gerusalemme e considerava come Sacra Scrittura solo il Pentateuco, cioè i primi cinque libri dell’Antico Testamento, fra cui il Levitico. Abbiamo già incontrato un “buon Samaritano”, portato  come esempio di prossimità nella omonima parabola raccontata da Gesù ad un dottore della Legge (Luca 10,25-37).

Il Signore loda il lebbroso che disobbedisce al suo comandamento e si meraviglia degli altri nove, che invece avevano obbedito: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?”: ma come? hanno obbedito al suo ordine, alla prescrizione della Legge e Gesù si meraviglia? “Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”: ma come, lui è stato l’unico che ha disobbedito? Ma Gesù insiste verso il Samaritano: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”. Il colmo: la disobbedienza ad un suo comando, centrato sulle  regole di purità, Gesù la considera manifestazione di una fede che salva! Chissà come saranno rimasti i presenti al miracolo, in particolare i dottori della legge e i farisei, che, ancora una volta, si vedono messe in discussione le loro certezze legalistiche: era l’adesione formale alle regole che per loro salvava!

Perché i nove purificati non tornano? Per obbedienza formale al comando del Maestro e alla Legge? Per il desiderio di avere subito certificata la guarigione e ritornare buoni ebrei?  Torna il Samaritano che ha intuito il mistero di Gesù: è il suo incontro con Lui che lo ha guarito e prima di tutto vuole lodare  Dio e il suo Strumento. La fede del Samaritano nasce non dal rispetto delle regole ma dal suo ritorno, dall’incontro personale col Maestro!

L’opposizione fra il rispetto semplicemente formale della Legge e l’adesione al suo spirito percorre tutto il Vangelo: è l’opposizione fra i sacerdoti, i dottori della Legge, i farisei e il Signore, che porterà alla crocifissione.

Che avremmo fatto noi? Saremmo stati fra i nove ligi al dovere o saremmo stati il Samaritano disobbediente? Quanto fariseismo, quanto legalismo rimane ancora oggi, all’inizio del Terzo millennio dall’Incarnazione, nella Chiesa?

Quanto ancora oggi siamo centrati sul “fare” attività, iniziative, spesso non collegate direttamente con l’essere?

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” chiede un notabile a Gesù e Gesù gli propone di cambiare vita! (Luca 18,18-23)

 

Carlo Prezzolini

 

Toscana oggi – Confronto 5 maggio 2013