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Appunti

Il nostro fratello maggiore

 

IL NOSTRO FRATELLO MAGGIORE

 

La venuta del nuovo vescovo Giovanni mi stimola a recuperare la  voglia di esprimermi attraverso la parola scritta, offuscata negli ultimi mesi da problemi di cui spero di parlare nei prossimi “appunti”.

Cosa spero dal nuovo Vescovo? Spero che per la sua Chiesa sia un fratello maggiore, che cammini con noi, con il suo popolo di battezzati, che cammini con le Comunità di cui è composto il nostro territorio. Spero, in modo particolare, che cammini con i suoi presbiteri: ci comprenda ci capisca, ci sostenga nelle nostre difficoltà, concretamente, nella vita di ogni giorno, non solo a parole. Che abbia com-passione di noi, stimolando la nostra spiritualità, la scoperta e la cura della nostra vocazione personale, del volto del Cristo che ognuno di noi è chiamato a far risplendere. Noi preti abbiamo bisogno di un Vescovo che abbia con noi relazioni personali vere e profonde, che stimoli la fraternità sacerdotale, per poterci accoglie come dono reciproco nella bellezza delle diversità, anche nei nostri dubbi e inadeguatezze. Che inizi un serio e fondato cammino di collegialità, di partecipazione nelle decisioni e nelle scelte che la nostra Chiesa è chiamata a fare per rientrare in dialogo con la società contemporanea.

Il vescovo Guglielmo aveva parlato della necessità di tramonti per stimolare nuove albe: a me sembra di non aver visto, però, che il tramonto storico di un certo modo di essere Chiesa, ancorata ad una ormai inesistente civiltà cristiana. La storia del XXI secolo, in Occidente, sta destinando la Cristianità ad essere un “piccolo resto”. Dobbiamo scegliere però se essere un piccolo resto isolato, chiuso nelle proprie certezze e cittadelle, centrato su se stesso, o un piccolo resto che  è al servizio dell’umanità, sale e lievito di un rinnovamento sociale che metta l’Uomo e il Creato al centro della storia. Mi sembra questa la novità su cui insiste papa Francesco: che poi novità non è perché è un ritorno al Vangelo, alla Chiesa apostolica, ritorno riproposto dal Concilio vaticano II e ma ancora da comprendere e da vivere. Rielaborato in stretto rapporto con la nostra realtà dal Sinodo diocesano, che personalmente non ho vissuto ma che ritengo abbia tanti stimoli importanti.

Questo non può che comportare una “conversione” radicale, ricercando anche nuove forme organizzative, che affianchino le parrocchie. Ritengo che in un prossimo futuro la Chiesa nel territorio non possa che essere composta da una unione di piccoli gruppi, che vivono facendo del Vangelo il libro della loro vita e della carità concreta il programma quotidiano: gruppi radicati nella realtà sociale, in comunione fra di loro e riuniti dall’Eucaristia e dai Sacramenti.

Avremo un futuro solo se saremo testimoni credibili dell’amore e della comunione della Trinità, rivelati dal Figlio e vivificati dallo Spirito.

Naturalmente questo progetto non riguarda solo i presbiteri ma tutto il Popolo di Dio, ma se non si muovono in questa direzione i preti il cammino non può partire: la nostra Chiesa rimane una realtà “pretocentrica”, mi sembra. Per questo insisto sul rapporto del vescovo Giovanni con i suoi sacerdoti, che vanno amati, sostenuti, stimolati, ed anche corretti naturalmente.

Il vescovo Giovanni è un esperto di storia della Chiesa, che insegna alla Facoltà teologica dell’Italia centrale ed è un dato promettente: oggi serve la consapevolezza del passato per vivere in pienezza il presente, aperti al futuro del Regno di Dio che è in mezzo a noi.

Benvenuto, vescovo Giovanni.

 

don Carlo

 

p.s.: mi permetto di fare al nostro Vescovo  l’augurio di non fare “carriera” e di vivere fino ai suoi 75 anni come sposo della Chiesa di Pitigliano-Sovana-Orbetello, a cui lo ha destinato papa Francesco.    

Toscana oggi - Confronto 17 gennaio 2016

 

 

Appunti dal “piccolo chiostro”