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Appunti

FEDERICA, LICIA E L’OSCURO

FEDERICA, LICIA E L’OSCURO

Federica e Dino sono stati il mio primo matrimonio, appena ordinato sacerdote: erano cari giovani amici del mio paese, Abbadia San Salvatore e li ho sposati all’inizio dell’estate di 20 anni fa. Stanno sempre insieme, nonostante le pesanti difficoltà che la vita gli ha riservato: poco prima di sposarsi a Federica venne diagnosticata la distrofia muscolare, che progressivamente l’ha costretta a “vivere da seduta”, con sempre minori possibilità di movimenti. La lotta contro la malattia, la ricerca della “normalità” e della felicità, del vivere realizzata nonostante tutto, hanno caratterizzato gli ultimi decenni di vita di Federica, insieme a Dino, a babbo e mamma, alla sorella Licia, ai nipoti, a tanti amici vecchi e nuovi.

Da questa voglia di vivere nasce un libro pubblicato in questi giorni: “Io, Licia e l’oscuro” dalla casa editrice Moroni nella collana “Heimat”, cioè “Piccola patria”, antico nome germanico della montagna amiatina. Federica mi ha chiesto di intervenire alla presentazione del suo lavoro, avvenuta domenica 6 maggio nella sala conferenze dell’abbazia di San Salvatore.

Il libro contiene tante storie, tante avventure, storie di amore, di affetti, di relazioni con i suoi cari, i suoi amici, con il suo cagnolino Quasimodo, dei lavori che Federica ha svolto prima dei problemi incominciati subito dopo i 20 anni e dopo la diagnosi di distrofia. Ma c’è un filo rosso che collega, unisce questi ricordi vicini, lontani, di oggi: è il non arrendersi alla malattia, prima negandola poi accettandola ma portandola con una straordinaria filosofia di vita. Di fronte alle difficoltà di vita dei ragazzi africani profughi, accolti a Piancastagnaio, e al pensiero dei profughi italiani a causa dei terremoti recenti nell’Italia centrale, un giorno si chiede se è fortunata: non si dà una risposta ma “sicuramente sono sempre più convinta che bisogna apprezzare e gioire per ciò che abbiamo, non soffermarci sulle difficoltà che affrontiamo giornalmente” (p.46), nemmeno farsi vincere dall’”oscuro” della sua malattia. E anche scrivere diventa una scelta terapeutica: Federica, e il sottoscritto, lo abbiamo scoperto non in teorie psicanalitiche ma sperimentato nella storia del nostro amico Roberto, che malato di Sla ha scritto tanti libri per scegliere la vita, anche lui sostenuto dall’affetto dei suoi cari e dei suoi amici.

La voglia di vivere di Federica coinvolge i suoi cari e tutti i suoi amici. E’ fatta di invenzioni per fare decorazioni, marmellate, sottolii …, organizzare e partecipare a feste, a viaggi anche in paesi lontani. Bella e importante è stata la gestione del locale ZanziBar avviata con Dino: un bar ma non solo, anche luogo di incontri, eventi, giochi. E’ fatta del rifiuto e poi dell’accoglienza di macchine meccaniche e poi dei mezzi informatici per trovare aiuto. E’ centrata nel camminare con gli altri per trovare e donare aiuto, per sostenersi reciprocamente e volersi bene; e Federica lo chiarisce citando una mail che gli spedì Roberto: “Ogni volta che ci ricorderemo gli uni degli altri, sarà sempre un evento gioioso perché la gioia è stata la compagna di ogni nostro incontro. Con affetto”.

Come detto, sono amico di Federica, e dei suoi, da tanti anni, ma la lettura del suo lavoro mi ha fatto scoprire una persona ancora più viva, con più fantasia, con più risorse di quanto avevo compreso. Il suo libro è una grande lezione di vita per me, per chi lo legge, sano o malato che sia: la malattia può abbattere, stroncare una vita ma può farla vivere anche fino in fondo, può essere uno stimolo a viverla in modo più pieno, per se stessi e per gli altri.

Il lavoro di Federica apre importanti prospettive di ricerca umana e spirituale per tutti, per i malati e per i sani: la vita, anche se complicata, difficile, impegnativa, dolorosa, è bella e vale la pena di essere vissuta insieme agli altri.

Grazie Federica, il tuo

Carlo Prezzolini

Confronto – Toscana oggi, 27 maggio 2018