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Appunti

Dentro il lutto

DENTRO IL LUTTO

 

La mattina del 2 agosto, festa del Perdono d’Assisi, è morta mia sorella Rita: avrebbe finito 62 anni dopo 15 giorni. Le era stata diagnosticata la Sla (Sclerosi laterale amiotofrica) appena 9 mesi prima. Questa tremenda malattia operava in incognito da quasi 3 anni, con sintomi non chiari, attribuiti ad altre malattie,  e progressivamente l’aveva immobilizzata.

 

E’ stato un cammino molto doloroso per lei e per me, che conoscevo la malattia per aver seguito un caro amico, mio coetaneo e  compagno di scuola, Roberto. Proprio l’esperienza fatta con Roberto mi ha portato a fare un errore di fondo: lui ha affrontato la malattia lottando con tutte le sue forze per contrastarla, con tanta voglia di vivere, sostenuto da tanti amici e dai suoi cari, in particolare dalla moglie Stefania e dal figlio Andrea. Rita invece, che non aveva più una sua famiglia, ma aveva me e qualche cugino e degli amici, ha rifiutato la malattia e non aveva più voglia di vivere. Io le sono stato vicino con tanto amore, facendo il possibile; è stata il centro della mia vita per oltre due anni, ha abitato tanti mesi al “piccolo chiostro”, poi, dagli inizi di marzo, per motivi logistici si era dovuta trasferire ad Abbadia, nella casa di famiglia, assistita da Lilli, una amica romena che era stata con i  nostri genitori gli ultimi anni della vita di mamma. Ma io ho continuato ad essere presente quotidianamente, pur non trascurando gli altri impegni sacerdotali. Non mi riusciva, però,  pregare e  meditare: il saggio amico don Zelio mi ha più volte detto, quando gli esprimevo queste mie mancanze, che era diventata Rita la mia preghiera e la mia meditazione. E questa indicazione mi ha molto consolato e sostenuto. 

Ma, come dicevo, ho fatto un grave errore: uno degli impegni più costanti con mia sorella è stato di stimolarla a lottare contro la malattia, a continuare a scegliere la vita, come avevo imparato da Roberto. E il rifiuto di Rita di assumere questo atteggiamento, oltre  alla progressione della orribile malattia, mi ha fatto toccare la mia impotenza e mi ha generato dentro tanta rabbia. Ma proprio  questo errore profondo è stato all’origine di una conversione del mio cuore. Stimolato da Arturo, un amico psicologo, ho scritto di questa mia rabbia per prenderla in mano e comprenderla e questo esercizio mi ha fatto capire che stavo commettendo un grave errore: Rita non era Roberto e aveva tutto il diritto di non accettare la malattia e lo stato esistenziale in cui si trovava e le mie erano pretese assurde, dettate dallo sbattere, ancora una volta, di fronte all’ impotenza.

Erano cose che sapevo, che avevo sperimentato nel cammino con tante persone, che ho imparato ad accogliere in profondità per come erano, base e premessa, questa, per camminare insieme, per crescere insieme. Con Rita ero troppo coinvolto emotivamente ed affettivamente per comprenderlo subito. 

Ed il mio atteggiamento è cambiato, si è  trasformato in compassione,  in accoglienza piena. E pochi giorni dopo questo mio cambiamento Rita è morta, in modo sereno e all’improvviso, senza complicazioni. Nella disgrazia della malattia è stata un grazia questa fine che gli ha evitato mesi, forse anni, di grande disperazione. Forse non si è sentita più trattenuta dal mio attaccamento e si è lasciata andare.  

Non era stata sottoposta alla tracheotomia, operazione invasiva che, se non scelta dal malato, è un feroce accanimento terapeutico: e poiché Rita non l’aveva scelta, io mi sarei opposto in modo fermo di fronte a questa ipotesi, se si fosse presentata.

La consolazione più bella per Rita nella sua malattia sono stati gli amici e i parenti che venivano a trovarla e che lei accoglieva con un grande sorriso. La consolava tanto anche  contemplare il volto del Crocifisso romanico dell’abbazia di San Salvatore, un Cristo crocifisso e risorto, trionfante sulla morta e con un volto particolarmente umano e dialogante. E stringendo fra le mani questa immagine è stata sepolta.

All’inizio della malattia di Rita mi sono chiesto  il perché, come quando visitavo Roberto mi chiedevo, almeno i primi mesi, i perché di questa malattia, una delle più tremende della nostra società. Ma io non so dare una risposta a questo grande mistero. So solo cercare di accoglierlo, sostenuto dalla fede e dalla speranza del Cristo che soffre e muore come noi per aprirci la via ad una dimora nella casa del Padre. So solo dire  che anche nel male, nel dolore, noi possiamo crescere, pur con tante difficoltà e pericoli di smarrirsi. Ed io vi ho parlato di una vera e propria  conversione del cuore nell’accogliere l’altro, come ci ha insegnato Gesù, che è la compassione del cuore del Padre fatta uomo. 

Questa esperienza tanto dolorosa mi ha fatto, anzi ci ha fatto  crescere in amicizia e in affetto con don Antonio, la cui sorella Mariolina è recentemente morta per la stessa malattia di Rita e con una dinamica simile.

Scrivo questi “appunti” dopo tanti mesi di silenzio creatomi dal dolore e dalla stanchezza: sono molto personali ma penso siano anche molto condivisibili.

 

Carlo Prezzolini