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Appunti

Culto della Trinità a S.Salvatore

Sopra un abete, il Re dell’alto Regno, con trina face in un doppier si mostra.

Il culto alla Trinità nell’abbazia del Santissimo Salvatore al Monte Amiata fra X e XI secolo. Ipotesi di ricerca

 


Francesco Nasini, L’apparizione del Salvatore, affresco abbazia del Santissimo Salvatore, metà XVII sec.

Nel numero 3 del 2012 di Rivista Liturgica, pp.510-525, è stato pubblicato uno studio di Carlo Prezzolini sul culto della Trinità a San Salvatore. Lo proponiamo ai nostri lettori per l’interesse che ha.

Nel fascicolo 2 del 2010 di Rivista liturgica ho trattato il tema del Crocifisso romanico dell’abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, fondata dai nobili fratelli longobardi del Friuli Erfo, Anto e Marco intorno alla metà dell’VIII secolo: la scultura lignea è un’opera unica nelle sue capacità di interpretare visivamente, con un linguaggio artistico altissimo, il mistero dell’incarnazione, passione, morte e risurrezione del Signore Gesù1. Ritengo questa opera d’arte una grande testimonianza della profonda spiritualità, dell’alta azione liturgica e della vitalità culturale dell’abbazia amiatina, almeno nei secoli XI-XII, realtà che rimangono tutte da studiare, ma che penso siano paragonabili all’importanza storico-politica avuta da San Salvatore nell’alto e pieno medioevo2.

Possiamo mettere in collegamento la vitalità culturale e spirituale di San Salvatore, oltre che con la sua importanza come monastero imperiale, anche con il suo rapporto con la via Francigena, che passava nella sottostante valle del Paglia, per secoli strada di scambi culturali, artistici e spirituali, oltre che commerciali: significativamente la prima attestazione di questa via la troviamo nel fondo diplomatico amiatino, in un documento delL’8763.

Mettendo in dialogo aspetti storici e artistici già noti, ipotizzo che San Salvatore sia stata, fra X e XI secolo, uno dei centri di elaborazione e diffusione del culto alla Santissima Trinità, il Mistero centrale del Cristianesimo.

Sono proprio questi i secoli in cui si sviluppa, in particolare in ambiente monastico, il culto alla Santissima Trinità nella Chiesa latina: “La devozione alla Trinità intesa come ‘concetto’ elaborato dalle scuole teologiche non è molto antica; risale al X secolo […] Durante l’epoca carolingia la devozione alla Trinità si sviluppò in modo privato ed ebbe espressione liturgica a partire dal X secolo”4.

La leggenda della fondazione di San Salvatore: un inno al Mistero della Trinità.

Dipingendo nella seconda metà del XVII sec. la parte superiore dell’abbazia riservata ai monaci, il fecondo pittore amiatino Francesco Nasini rappresentò, nella cappella di destra del transetto, gli ultimi episodi della vita del Cristo, i Santi più venerati nel monastero5 e la leggenda della fondazione di San Salvatore, fondazione attribuita al pio re longobardo Ratchis: una scena di caccia a cui assistono il re, con la regina e la corte, e l’apparizione del Salvatore, sopra un gruppo di esili abeti, al re e alla regina stessi posti in devoto atteggiamento. Un cartiglio dipinto sotto questa scena, retto da due angioletti, recita:

Sopra un abete il Re dell’alto Regno / con trina face in un doppier si mostra / ad un Re pio. Son questi il luogo e il legno.6

Il pittore interpreta l’apparizione trinitaria dipingendo il busto del Cristo benedicente in un cerchio di raggi di luce. Anche se non sappiamo su quali fonti si sia basato, probabilmente l’iconografia della decorazione della cappella, e di tutta la zona monastica della chiesa, venne suggerita da Vincenzo Pinelli, sacerdote della terra di Abbadia, cappellano della principessa Claudia di Toscana.7.

Giovanni Volpini, avvocato abbadengo, pubblicò un testo della leggenda di fondazione, asserendo di averlo ripreso da un manoscritto della fine del XVI secolo da lui scoperto all’Archivio di Stato di Firenze, purtroppo senza ulteriori indicazioni8. Recentemente Mario Marrocchi ha pubblicato il testo della leggenda ritrovato in una scrittura avventizia del codice Barb. Lat. 581 della Biblioteca apostolica vaticana, cc. 119-119v9. La leggenda racconta che il re Ratchis, trovandosi nei pressi del Monte Amiata e avendo saputo che “dei guardiani di porci erano soliti vedere spessissimo su un certo e bellissimo albero una luce splendentissima, ora trina e ora singola”, invia alcuni chierici e laici, scelti fra il suo seguito, a rendersi conto del miracolo, mentre lui e la corte avrebbero fatto un digiuno di tre giorni. Ma seguiamo il testo, nella traduzione del Marrocchi:

Al tempo di papa Zaccaria morì il re Liutprando, per la quale cosa venne fatta una grande festa non solo dai Romani e dai Ravennati ma anche dagli stessi Longobardi che spodestarono Ildebrando, nipote malvagio di Liutprando, cui questi aveva lasciato il regno; al suo posto elessero Ratchis, che era stato duce e al quale lo stesso beatissimo pontefice mandò subito una lettera, chiedendogli che governasse benigno e retto. E quegli effettivamente condusse per vent’anni il popolo italico, che lo aveva eletto a re, per rispetto al principe degli apostoli e ben disposto dalle sue preghiere.

In quegli stessi tempi, Ratchis, re dei Longobardi, mosse altamente indignato per prendere la città di Perugia, ribellataglisi e la espugnò, dopo averla circondata con forza.

Udendo ciò il santissimo papa, costantemente affidandosi alla speranza divina, chiamati a sé alcuni tra i migliori del suo clero, raggiunse celermente quella stessa città e, offerti allo stesso re numerosi doni, deprecandogli l’assedio, con la grazia di Dio lo convinse a desistere dall’aggressione alla città.

E predicandogli cose salutari, per l’intervento divino ottenne di rivolgere il suo animo alla cura dei dogmi spirituali. E dopo alcuni giorni, lo stesso Ratchis, abbandonando la dignità regia, devotamente con la moglie e i figli andò al tempio del beato principe degli apostoli. Qui, per volere di Dio e per effetto delle preghiere del santissimo papa, prese l’abito monastico con la moglie e i figli. E, acceso dal fuoco della divina carità, si applicò per osservare i comandamenti del solo Dio.

 

E in quello stesso tempo, memore del voto che aveva fatto a Dio di costruire dei monasteri in luoghi adeguati delle terre di Toscana, se il supremo Autore gli avesse permesso, portata la sua opera dal cielo, di entrare in Roma, si dipartì dalla città delle città per militare di lì in avanti per il solo Dio.

Pertanto, mentre cercava per tutta la Toscana diligentemente luoghi adatti, venne a sapere grazie alla fama, alla quale niente rimane nascosto, che in un certo luogo convenientissimo sul monte Amiata, del tutto segregato dalle umane frequentazioni, dei guardiani di porci erano soliti vedere spessissimo su un certo e bellissimo albero una luce splendentissima, ora trina e ora singola.

Udendo la quale cosa, il re Ratchis, o meglio monaco, fu preso da un’immensa gioia, poiché ritenne che una tale miracolo non avrebbe potuto in alcun modo aver luogo senza la volontà divina. Per cui mandò avanti subito alcuni chierici e laici scelti tra i migliori tra quelli che aveva al suo fianco, religiosi e di provata lealtà perché venisse investigata la veridicità della cosa. Intanto, lo stesso re con i suoi fedelicompie un digiuno di tre giorni, implorando l’aiuto di Dio con cuore puro, affinché Egli che è il vero lume, come dice Simeone, “lume per la rivelazione alle genti”, si degnasse di mostrare ai legati che aveva mandato per una così rilevante visione, un indizio certo della verità al re. E i legati, giungendo al sopra scritto monte, cercando con cura i predetti guardiani di porci, meritarono di trovare ciò che desideravano con cuore devoto. Infatti è scritto: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete”. Dopo che i guardiani gli ebbero indicato l’albero, vegliando una prima notte con santa devozione, nella prima vigilia della notte, senza che gli occhi fossero appesantiti da alcun sonno, videro uno splendidissimo fulgore scendere dal cielo sull’albero.

E lì il predetto fulgore fu da loro chiaramente visto per ben tre ore da loro che vegliavano, ora trino e ora uno. Che altro? Quel divino fulgore scomparve improvvisamente dai loro occhi. Ed essi, lieti per una tale visione, battendosi i propri petti con pie mani a gara lodando la grandezza di Dio, che non nasconde i propri misteri a chi lo cerca con cuore puro. Dopo di che, alla seconda vigilia di quella stessa notte quello stesso bagliore che era già venuto apparve trino e uno ai guardiani per tre ore. E poi di nuovo, al primo cantare del gallo, come già due volte era avvenuto, riapparve ai legati del re e ai guardiani insieme, che vegliavano con grande impegno, il fulgore di fuoco, rimanendo lì per tre ore, così come aveva fatto, rimanendo per tre ore lì, affinché si venerasse la Trinità nell’unità e l’unità nella Trinità.

E quindi, mentre la luce nuovamente sorta tornava nella terra, gli inviati del re dissero, come all’unisono: oggi e domani rimanendo qui in astinenza celebriamo un santo digiuno e chiediamo con mente pura aiuto a Dio affinché Lui che è trino nell’unità e uno nella trinità, per tre volte ci faccia vedere questo stesso prodigio, di modo che, già ora certi e dopo ancor più certi possiamo fare ritorno dal nostro signore.” Vedendo dall’altro questi pensieri, Dio acconsentì alla loro richiesta, affinché si realizzasse la promessa veridica di quello che dice: “Così dico a Voi: ciò che chiedete pregando, credete che l’otterrete e così vi sarà fatto.”

E infatti, nella notte seguente e in quella successiva, quel fulgore che prima era venuto, così come nella prima notte, splendette uno e trino per tre volte ai guardiani per tre ore, affinché venisse creduta senza alcun dubbio lì da tutti quella maestà una e trina. Subito i legati imperiali, allietati da tale e tanta visione, osservato attentamente con gli occhi e con il cuore quell’albero predetto, con grande gioia tornarono dal re. Al quale narrarono tutto ciò che avevano fatto e visto e in quale modo fosse avvenuto che la divina pietà si rivelasse loro, arrecandogli non poca gioia, poiché la divina pietà celeste gli rivelava ciò che il suo animo desiderava fin dal profondo del suo cuore.

Ciò fatto, subito il re Ratchis, e veramente re perché monaco, acceso dal fuoco della carità divina, si diresse verso il monte predetto con il fedele esercito. Come vide l’amenità del luogo nel quale si trovava il predetto albero, adattissimo per l’amenità dei boschi e per l’abbondanza di acque fluenti, recitò preghiere di ringraziamento al Creatore dell’universo. Dopo di che disse, spinto da colui in onore del quale e nel cui nome intendeva edificare la chiesa e ripieno, come penso, di ispirazione celeste, disse: Colui il quale mostrò la sua insigne podestà nel legno e che con il legno della croce salvò il genere umano, che per essersi accostato al legno proibito cadde all’inferno, in questo luogo, se non sbaglio, affinché ci regga e ci tenga incolumi, vuole che venga dedicato il luogo. Udita la quale cosa tutti gli eroi presenti esclamarono che il re aveva agito con saggio consiglio. E, subito tagliati e sradicati gli alberi intorno al luogo per quanto era necessario e richiesto per prestare il servizio divino, costruirono una chiesa in onore del Salvatore nostro Gesù Cristo, con rapida azione; e fu costituito l’altare maggiore là dove si era visto l’igneo fulgore. E in verità, quando la chiesa fu del tutto terminata, Ratchis la dotò meravigliosamente con doni e regali.

Il manoscritto è datato dal Marrocchi ai primi decenni del XII sec. ed è ritenuto probabile testimone “di un testo diffuso sia in altri esemplari sia tramite la narrazione orale”10. Il racconto dovrebbe essere più antico e non possiamo, naturalmente, escludere che sia la reinterpretazione di un prodigio alla base della fondazione di San Salvatore. La leggenda è chiaramente un inno scritto al Mistero trinitario, con il ripetersi continuo del numero tre: la fiamma che da tre diventa una e poi nuovamente tre; il fenomeno che si ripete per tre ore e per tre volte nella notte; gli invitati del re che rimangono in digiuno e preghiera per tre notti; e tutto questo “affinché si venerasse la Trinità nell’unità e l’unità nella Trinità”.

 

La pergamena della dedicatio e l’architettura della nuova chiesa abbaziale di San Salvatore: un canto sulla pietra al Mistero trinitario

 

 


Pianta della cripta di San Salvatore con la ricostruzione della parte terminale originaria

 

Il 13 novembre del 1035, alla presenza di “decem et octo inter episcopos et cardinales, inter quos fuit venerabilis patriarcha Aquilegensis cum religioso commitatu clericorum et aliorum bonorum virorum”11, venne consacrata la nuova chiesa dell’abbazia del Santissimo Salvatore. La monumentale nuova chiesa abbaziale era stata voluta dall’abate Winizo come segno ben visibile e testimonianza perenne dell’opera di riforma, politica e spirituale, che aveva portato avanti nel suo lungo abbaziato, con indubbie capacità direttive e politiche12.

La grande partecipazione di autorità religiose, fra le quali viene ricordato il patriarca di Aquileia Poppone, è una chiara testimonianza dell’importanza politica e spirituale dell’abbazia amiatina.

La pergamena della dedicatio è un eccezionale documento per il culto dei Santi e per la storia della liturgia all’inizio del secondo millennio, ancora da studiare e valorizzare. Ne riproduciamo il testo.

In nomine Domini. Amen

Anno Domini MXXXVI, indictione III, tempore sancti pape Benedicti natus de Tusculana ex patre Alberico, et invictissimi imperatoris Curradi et Guiniti abbatis coinsecratum est templum hoc ad honorem Domini Salvatori set beate Marie semper virginis et multo rum sanctorum, nomina quorumm, sicut sun per singula altaria, continetur in regula. Ad cuius consecrationem fuerunt decem et octo inter episcopo set cardinales, inter quos fuit venerabilis patriarcha Aquilkegensis cum religioso commitatu clericorum et aliorum honorum virorum, qui costituerunt remissione decem ed octo annorum ad tam pium locum venienti bus criminalium peccatorum, ex quibus digne penitentiam receperunt et tertiam partem venialium, quam preceperunt annis singulis advenientibus nuntiari, idus novembris, in festivi tate sancti Britii et usque ad octavam.

In primis in altare maiore: de cruce Domini et de sudario, quod fuit super caput eius et de linteo, quo involutum fuit corpus eius et de lapide, quem angelus resolvit ab hostium monumenti et de pulvere monumenti et de spongia, quo potatus fuit aceto et de presepio, in quo iacuit et de lapide, ubi stetit, quando transfiguratus est et de lapide, super quem sedit, quando quinque milia hominum satiavit simul et de lapide, super quem oravit Dominus in monte Oliveti et de lapide, super quem sedit, quando baptizatus est. Simul et in ipso altario sunt recondite reliquie sancte Marie genetricis domini nostri Iesu Christi, sancti Johannis, sancti Siluestri, sancti Dalmatii, sancti Pantaleonis, sancti Naboris, sancti Felicis, sancti Geruasii, sancti Protasii, sancti Sebastiani, sancti Iouitte, sancti Fortunati, sancti Hermagore, sancti Cantii, sancti Cantiani, sancti Proti et de mensa Abraham, quando angelum hospitio suscepit, sanctorum martirum Petri et Marcellini, sancte Agnes, sancte Agathe, sancte Cristine, sancte Iustine, sancte Cecilie, sancte Mustiole, sancte Cantianille, sancti Martialis.

Item in altare de manu sinistra, quod est de parte monasterii. Ipse vocatur sancte Marie et Iohannis baptiste, et sunt ibi recondite reliquie: sancti Iohannis evangeliste, sancti Columbani, sancti Ambrosii, sancti Seueri, sancti Geminiani, sancti Martini, sancti Seueri, sancti Zenonis, sancti Proculi, sancti Sixti, sancti Ualentini, sancti Iohannis confessoris, sancti Marcellini, sancti Hylarii, sancti Fridiani, sancti Dionisii, Rustici, Eleutherii, sancti Helysei prophete, sancti Arseni.

Item in altare, quod est de manu dextra. Ipse vocatur sancti Petri et sancti Pauli, et ibi sunt recondite reliquie: sancti Iacobi, sancti Thomee, sancti Anastasii, sancti Phylippi, sancti Bartholomei, sancte Cosme, sancti Damianii, sancti Apollenaris, sancti Laurentii, sancti Andree, sancti Stephani, sancti Mathei, sancti Symonis, sancti Taddei, sancti Iacobi, sancti Zebedei, sancti Nazarii, sancti Uictoris, sancti Uitalis, sancti Uigilii, sancti Sauini, sancti Alexandri, sancti Pancratii, sancti Hysidori martiris.

In altare sancti Marci: corpus ipsius et reliquie sancti Martini et Abdon et Senen.

In altare quod est de manu dextra. Ipse vocatur sanctorum Petri sancti Pauli e sancti Andree.

In altare, quod est de manu sinistra. Ipse vocatur sancti Benedicti, sancti Gregorii et sancti Nicolai.

In altare sancte crucisi: de ligno Domini, sancti Blasii martiris et reliquie sancti Adelberti.

Et post consecrationem ecclesie acquisierunt seniores nostri et nos fratres corpora sanctorum, quorum ista sunt nomina: sancti Marci pape et sanctorum martirum Fortunati et sancti Pontiani et sactorum martirum Abundii et Abundantii et sancti Clementis et sancti Ianuarii et sancti Felicis et sancti Stephani pontificis et martiris, sancti Siluestri pape, sancti Cyriaci, sancti Paulini, sancti Ualentini, sancti Laurentii et sancte Agathe et velum sancte Marie et sancti Iohannis et de sudario Domini et de linteo Domini.

Temporibus domni Rolandi abbatis adquisite sunt reliquie sanctorum, quorum nomina hec sunt

Il lungo elenco delle reliquie relative a Santi martiri e confessori e delle reliquie “simboliche”, che si riferiscono cioè ad eventi della storia sacra , è “una emozionante testimonianza dell’universalità della Chiesa […] La comunità di San Salvatore poteva, a giusto titolo, sentirsi in comunione con la Chiesa cattolica ogni volta che si radunava nell’ambito della chiesa”13. L’elenco delle reliquie è il primo documento, che ad oggi conosciamo, di un culto attestato anche nei secoli successivi e che caratterizza la storia spirituale dell’abbazia, importante tappa di pellegrinaggio collegata alla via Francigena14.

Il documento, ripeto, è particolarmente importante ma qui ci interessa per le indicazioni che ci fornisce, insieme all’analisi diretta, sull’architettura della nuova chiesa abbaziale. Vengono ricordati sette altari: l’altare “maiore”, l’altare “de manu sinistra, quod est de parte monasterii”, dedicato a “sancte Marie et Iohannis baptiste” e quello “de manu dextra”, dedicato a “sancti Petri et sancti Pauli”: sono i tre altari presenti nella parte superiore della chiesa, riservata ai monaci. Seguono i tre altari presenti in cripta, dedicati a “sancti Marci”, “sanctorum Petri sancti Pauli et sancti Andree” e a “sancti Benedicti, sancti Gregorii et sancti Nicolai”. Per ultimo è ricordato l’altare “sancte crucis”, probabilmente situato nella zona della chiesa aperta al popolo. Ritengo che il documento, integrato nella parte finale con l’elenco delle reliquie acquisite al tempo dell’abate Rolando, che resse l’abbazia fra la fine del XII e gli inizi del XIII sec., indichi la situazione degli altari al tempo della consacrazione del 1035 o vicino a questa data15.

L’analisi della cripta ci dimostra l’interessante struttura architettonica originaria della parte terminale della chiesa monastica, messa in evidenza da alcuni saggi effettuati durante i restauri degli anni ’60 del vecchio secolo16: questa era composta da tre absidi maggiori, volte verso est, verso il sole che sorge simbolo del Salvatore, e sporgenti dalla muratura; ogni abside era affiancata da due absidiole, comprese nello spessore della muratura, a formare la struttura a triconco, o trifoglio, simbolo della Santissima Trinità17. La struttura a triconco si ripeteva anche nella chiesa superiore, dove risultano ancora presenti le absidiole a fianco dell’altare maggiore, inglobate in due armadi portareliquiari18.

San Salvatore cantava anche attraverso le pietre un inno alla Santissima Trinità nella chiesa nuova ricostruita da Winizo agli inizi dell’XI sec. All’esterno la chiesa si presentava conclusa da tre maestose absidi semicircolari; la cripta presentava la struttura terminale articolata in tre triconchi, che contenevano tre altari. La struttura si ripeteva nella chiesa superiore, con tre triconchi che ospitavano altrettanti altari. Il settimo altare (anche il 7 è un numero altamente simbolico), come detto era probabilmente collocato nella chiesa aperta al popolo.

La struttura del triconco, o tricoro, di origine romana, venne sviluppata nell’architettura bizantina per i suoi evidenti richiami simbolici19 e portata alla sua massima espressione dalla scuola di Colonia, a partire dal celebre santuario di Santa Maria in Campidoglio, consacrato nel 106520.

Il triconco non sembra molto utilizzato nell’architettura pre romanica e romanica dell’Italia centrale: dopo la cripta a trifoglio della chiesa vallombrosana di Santa Trinita di Firenze, attribuita all’VIII-IX sec.21, ricordo le chiese abbaziali di Farneta e di San Giusto a Tuscania, che avevano una struttura simile a San Salvatore e che sono a lei contemporanee22.

 


Pianta della chiesa superiore di San Salvatore con la ricostruzione della parte terminale originaria

 

Rabano Mauro e il De laudibus sanctae Crucis nel monastero di San Salvatore

Un’ultima traccia del culto alla Trinità nell’abbazia amiatina, la terza, la possiamo ricavare dall’antica biblioteca monastica.

Dal periodo carolingio risulta particolarmente diffusa l’opera di Rabano Mauro (ca. 780-856) De laudibus sancte Crucis, ricca di riferimenti trinitari e quindi mezzo di diffusione della riflessione e del culto alla Trinità23. Una copia dell’opera del famoso teologo di Magonza, rimase nel monastero di San Salvatore fino alla soppressione ed oggi è conservata, con la Bibbia amiatina, alla Biblioteca medicea laurenziana di Firenze24: è forse il più grande manoscritto di quest’opera, copiato fra il 1039 e il 1056 nello scriptorium di San Salvatore, e inserito “in una gigantesca miscellanea assai complessa” che “rappresenta la chiave per identificare la produzione di codici al Monte Amiata nel primo secolo XI”25.

 

Conclusioni

Ritengo che le testimonianze sopra ricordate siano tracce sufficienti per ipotizzare che l’abbazia del Santissimo Salvatore al Monte Amiata sia stata, a cavallo fra X e XI sec., un centro di elaborazione e di diffusione del culto della Santissima Trinità. Questa ipotesi dovrà essere verificata da studi teologici, liturgici e storico-artistici; al tempo stesso potrà essere un nuovo stimolo ad approfondire l’importanza culturale e spirituale dell’abbazia, promuovendo ulteriori ricerche, storiche e archeologiche, che da troppo tempo procedono molto lentamente, dopo lo slancio degli anni ’80 e ’90 del vecchio secolo dovuto alla meritoria attività di Wilhelm Kurze e alle iniziative, promosse dal Comune di Abbadia insieme all’abbazia e alle Istituzioni culturali senesi, per ricordare il 950° della consacrazione della nuova chiesa di Winizo26.

 

 

Carlo Prezzolini

Il piccolo chiostro

Via del Saragiolo 137,

53025 PIANCASTAGNAIO –Si-

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(Pubblicato su Rivista Liturgica maggio-giugno 2012, pp. 510-525)

 

1 C. PREZZOLINI, Il Mistero di Dio nel Crocifisso romanico e nel reliquiario di San Marco papa dell’abbazia del Santissimo Salvatore al Monte Amiata, in “Rivista Liturgica” 2 (2010), pp. 318-327.

2 L’abbazia imperiale del Monte Amiata divenne una delle più importanti abbazie dell’Italia centrale e fu, pur con alterne vicende, ente di organizzazione di un lungo tratto della via Francigena e di evangelizzazione e bonifica di un grande territorio, compreso fra le attuali regioni della Toscana e del Lazio. Su San Salvatore rinvio alla bibliografia contenuta nell’articolo cit. in nota 1. Ricordo che Michael Gorman, iniziando a ricostruire la realtà della biblioteca monastica di San Salvatore, la paragona, almeno per il secolo XI, a quella di Montecassino, casa madre dell’Ordine benedettino e ipotizza anche la presenza di un importante scriptorium sull’Amiata (cfr. M. GORMAN, Codici manoscritti della Badia amiatina nel secolo XI, in M. MARROCCHI – C. PREZZOLINI (edd.), La Tuscia nell’alto e pieno medioevo. Fonti e temi storiografici “territoriali” e “generali”. In memoria di Wilhelm Kurze. Atti del convegno internazionale di studi, Siena-Abbadia San Salvatore, 6-7 giugno 2003,Edizioni del Galluzzo, Firenze 2007, pp. 15-102. Sulla vita culturale di San Salvatore sta studiano Mario Marrocchi: cfr. Scritture documentarie e librarie per la storia di S. Salvatore al Monte Amiata (secc. XI-XIII), in “Quellen und Forschunghen aus italienischen Archivien und Bibliotheken”, 88 (2008), pp. 34-60; Scrivere nell’abbazia di San Salvatore: ricerche in corso sulle fonti archivistiche e librarie (secc. VIII-XIII), in “Bullettino senese di storia patria”, CXVII (2010), pp.265-292.

San Salvatore ha conservato per secoli, fino alla soppressione del granduca Pietro Leopoldo (1782) la Bibbia amiatina, oggi alla Biblioteca medicea laurenziana di Firenze, opera composta nello scriptorium dei monasteri di Wearmouth-Jarrow al tempo di Beda: si tratta di uno dei più importanti manoscritti latini e della più antica copia completa della Vulgata che abbiamo (cfr. M. GORMAN, The Codex Amiatinus: a Guide to the Legends and Bibliography, in “Studi Medievali”, 44 (2003) pp. 863-910. Probabilmente composto nello scriptorium amiatino nell’XI sec. è il Missale amiatinum, conservato alla Biblioteca Casanatense di Roma (Casanatense 1907), uno dei più antichi libri liturgici esistenti (cfr. M. GORMAN, Codici manoscritti della Badia Amiatina, cit., p. 57, con le indicazioni bibliografiche). Per la sua importanza per la storia della liturgia, il Missale verrà pubblicato da Manlio Sodi nella collana “Monumenta Studia Instrumanta Liturgica”, con la trascrizione di Valeria Novembri.

3 Sulla Francigena e l’abbazia cfr. l’agile guida di S. MAMBRINI, La Via Francigena e l’abbazia del S.S.mo Salvatore al Monte Amiata, s.l. 2010, e la bibliogafia citata

4 A. BERGAMI, Cristo festa della Chiesa. L’anno liturgico, San Paolo, Alba 1991, p. 539. Augé ricorda che “vengono attribuite al monaco irlandese Alcuino (+ 804) una serie di messe votive per ciascun giorno alla settimana che assegna alla domenica la messa della Santissima Trinità, formulario che ebbe fortuna e diffusione. Successivamente, nei primordi del secolo XI, la messa della Trinità si distaccò dalla serie di messe votive e prese corpo come festa autonoma nella domenica dopo Pentecoste in alcuni ambienti monastici; così, ad esempio, nel 1030 circa, la troviamo a Cluny”. La celebrazione fu estesa a tutta la Chiesa latina solo nel 1331” (M. AUGE’, L’anno liturgico è Cristo stesso presente nella sua Chiesa,Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009, pp. 228-229. Si veda anche P. IACOBONE, Mysterium Trinitatis. Dogma e Iconografia nell’Italia medievale, Pontificia Università Gregoriana,Roma 1997, pp. 127-135.

Sull’iconografia della Trinità si vedano: P. IACOBONE, Mysterium Trinitatis, cit., e G. GRESHAKE, Il Dio unitrino. Teologia trinitaria, Queriniana, Brescia 2000, pp.619-636.

5 Sopra l’altare venne collocato il ricordato Crocifisso romanico, sotto l’altare il Nasini dipinse il Cristo in pietà e nella volta l’Ascensione. Ai lati dell’altare sono raffigurati i santi Antonio abate e Marco papa, a sinistra, e Abdon e Sennen, a destra.

6 Le decorazioni ricordate si inseriscono in ampi lavori di rinnovamento del monastero e della chiesa abbaziale, per adeguarla ai nuovi canoni post tridentini, cfr. G. CONTORNI, Il complesso abbaziale di San Salvatore al Monte Amiata dal Cinquecento alla soppressione, in L’abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, documenti storici – architettura - proprietà, W. KURZE e C. PREZZOLINI (edd.),All’insegna del Giglio, Firenze 1988, pp. 86-100. Sulla decorazione della cappella del Salvatore cfr. B. SANTI, Francesco Nasini nella cappella del Crocifisso della chiesa abbaziale, in San Marco papa patrono di Abbadia San Salvatore, C. PREZZOLINI (ed.), Le Balze,Montepulciano 2004, pp. 63-79.

7 Si veda l’op.cit di CONTORNI, p. 93. L’autrice sostiene che i documenti citati a conferma di questa ipotesi avrebbero bisogno di essere attentamente vagliato, ibid.

8 Giovanni VOLPINI, Storia del monastero e del paese di Abbadia S. Salvatore, II edizione corretta e accresciuta, Edizioni Paoline, s.l. 1966, pp. 16-18.

9 M. MARROCCHI, Le scritture librarie e documentarie come testimoni della dimensione culturale di S. Salvatore, in “Amiata storia e territorio”, 58-59 (2008), pp. 11-19.

La leggenda era stata edita in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores rerum langobardicorum et italicorum saec. VI-IX, G. Weitz (ed.), Impensis Bibliopoli Hahniani, Hannover 1878, pp. 564-565.

10 Ibid..

11 Codex diplomaticus Amiatinus. Urkundenbuch der Abtei S. Salvatore am Montamiata. Von den Anfängen bis zum Regierungsantritt Papst Innozenz III. (736-1198), im Auftrag des Deutschen Historischen Instituts in Rom bearb. von W. Kurze, I-IV; III/1: Profilo storico e materiali supplementari a c. di M. Marrocchi; III/2: Register, mit Beiträgen von M. G. Arcamone, V. Mancini und S. Pistelli, Niemeyer, Tübingen 1974-1982-2004-1998, vol. II n. 271.

Sulla cerimonia della dedicatio cfr. J. G. GIBERT TARRUELL, La “dedicatio ecclesiae”. Il rito liturgico e i suoi principi teologici, in L’Amiata nel medioevo, M. ASCHERI, W. KURZE (edd.), pp. 19-32, Viella, Roma 1989. Sulla pergamena cfr. M. MAROCCHI, San Marco papa nel fondo diplomatico di San Salvatore: alcune considerazioni intorno alla notitia consecrationis, in San Marco papa, cit., pp. 81-97. Sulla pergamena si veda anche M. DISSADERI, La Notitia consecrationis di San Salvatore al Monte Amiata e le reliquie della passione di Cristo, in “Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Scienze morali, storiche e filologiche”, 3 (2005), pp. 225-240. L’autore sostiene che i “de sudario Domini et de linteo Domini” elencati fra le reliquie acquisite dall’abate Rolando siano la prima attestazione della presenza in occidente della santa Sindone, scomparsa da Costantinopoli dopo il sacco del 1204.

12 Winizo resse l’abbazia per oltre 30 anni, dagli inizi dell’XI sec. fino al 1035. Sull’abate si veda W. KURZE, “Monasterium Erfonis”. I primi secoli di storia del monastero e la loro tradizione documentaria, in Monasteri e nobiltà nel Senese e nella Toscana medievale. Studi diplomatici, archeologici, genealogici, giuridici e sociali, Ente provinciale per il turismo di Siena, Siena 1989, pp. 366-371.

13 J. G. GIBERT TARRUELL, La “dedicatio ecclesiae, cit, pp. 29-30.

14 Cfr. C. PREZZOLINI, Il culto delle reliquie nell’abbazia di S. Salvatore al Monte Amiata, in “Rivista cistercense”, 8 (1991), pp. 27-46.

15 Marrocchi, in San Marco papa nel fondo diplomatico di San Salvatore San Marco papa nel fondo diplomatico di San Salvatore, cit., sostiene che la pergamena della dedicatio è composta da due parti: la prima parte, che riporta la notizia dell’evento, risalirebbe alla consacrazione stessa e potrebbe essere stato il testo di un’epigrafe dedicatoria, forse mai realizzata o andata dispersa. Ricordo che l’abbazia di Sant’Antimo, “sorella” di San Salvatore, conserva l’epigrafe dedicatoria disposta nei gradini dell’altare maggiore. Marrocchi, con il quale ho avuto proficui scambi durante la stesura di questo articolo, ritiene che la parte successiva della pergamena amiatina sia stata scritta ai tempi di Rolando. L’elenco degli altari è però strettamente collegato alle caratteristiche architettoniche di cui in seguito parlerò e fra le reliquie dei Santi poste nell’altare maggiore della chiesa superiore vengono ricordati anche i martiri aquileiensi Proto, Ermagora e i fratelli Canzio, Canziano e Canzianilla, presumibilmente portate come dono dal patriarca Poppone. Ritengo quindi che anche la parte che Marrocchi propone composta ai tempi di Rolando descriva una situazione vicina alla dedicazione della chiesa.

16 Sui restauri si vedano: A. ANGELINI, La tutela statale dell’abbazia attraverso gli uffici periferici dello Stato dalla fine del 1800 agli anni ’60, in L’abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, documenti storici – architettura – proprietà, cit., pp. 111-119; C. PREZZOLINI, I restauri nelle chiese romaniche dell’Amiata, in Romanico nell’Amiata. Architettura religiosa dall’XI al XIII secolo, I.MORETTI (ed.), Salimbeni, Firenze 1990, pp. 178-188.

17 Il primo a studiare in modo sistematico, anche attraverso un accurato rilievo, l’architettura di San Salvatore è stato Franz Much, in occasione del 950° anniversario della consacrazione della nuova chiesa. Much ha messo in rilievo la struttura a triconchi della cripta, considerandola appartenente ad una chiesa precedente, che attribuisce al IX secolo, in base all’analisi archeologica e dei diagrammi dei documenti elaborati da Kurze. Su questa chiesa sarebbe intervenuto Winizo, chiudendo le absidiole dei triconchi nord e sud, trasformando l’antica chiesa in cripta e costruendo la chiesa superiore. Much propone queste considerazioni analizzando, in particolare, il rapporto fra le volte della cripta di Winizo e la muratura laterale: le volte e i loro sostegni verticali risultano appoggiate, non innestate alle murature laterali. Secondo Much la chiesa superiore non avrebbe riproposto la struttura a triconchi della chiesa precedente. L’autore ipotizza, pur esludendola, anche la possibilità di cambiamento di progetto nella cripta. Su queste tematiche si veda F. MUCH, L’abbazia di San Salvatore: storia e archeologia dell’architettura, in L’Amiata nel medioevo, cit., pp.355-360. L’ipotesi di un cambiamento di progetto è accolta invece da L. GIUBBOLINI, San Salvatore al Monte Amiata: testimonianze architettoniche e trasformazioni di un edificio medievale. Profilo di una vicenda storiografica, in L’abbazia di San Salvatore al Monte Amiata. Documenti storici, architettura, proprietà, cit., p.81 e, dello stesso autore, La chiesa abbaziale di San Salvatore nella cultura architettonica e scultorea dell’XI secolo. Problemi, confronti, proposte, in Romanico nell’Amiata, cit., pp. 57 e 67-70.

18 Cfr. C. PREZZOLINI, Scoperta archeologica dell’abbazia di San Salvatore, in “Amiata storia e territorio”, 8 (1990), pp. 60-62. Ritengo che la struttura a triconco della cripta e della chiesa superiore sia dovuta a Winizo. Probabilmente il sistema delle volte venne appoggiato ai muri laterali come soluzione tecnica, come ipotizza Michele Nucciotti, ricercatore di Archeologia medievale dell’Università di Firenze. Le absidiole potrebbero essere state chiuse per rinforzare la struttura della chiesa dopo il disastroso e documentato terremoto del 1287, interventi che dovrebbero aver portato anche all’eliminazione delle tre absidi maggiori (cfr. L. GIUBBOLINI , San Salvatore al Monte Amiata: testimonianze architettoniche e trasformazioni di un edificio medievale, cit., pp. 70 e seguenti). Solo una indagine archeologica delle muratura potrà chiarire definitivamente la complessa storia architettonica di San Salvatore. Rimangono inoltre da ritrovare, concludendo la campagna di scavi archeologici, le testimonianze della chiesa longobarda e del villaggio al servizio di questa.

19 All’origine dell’interpretazione del triconco come simbolo che richiama la Trinità, c’è, oltre alla forma, la sua vicinanza con il trifoglio, umile pianta utilizzata da san Patrizio nella evangelizzazione dell’Irlanda con riferimento al Mistero della Trinità. Cfr.: George Ferguson, Signs e symbols in christian art, Oxford University press, New York 1954, p. 35; G. Greshake, Il Dio unitrino, cit., p. 621.

20 Cfr. Antonio Cadei, Il triconco, l’ottagono e altri ascendenti medievali del progetto di Santa Maria del Fiore, in Arnolfo di Cambio e la sua epoca. Costruire, scolpire, dipingere, decorare, atti del Convegno internazionale di studi di Firenze – Colle Val d’Elsa, 7-10 marzo 2006, V. FRANCHETTI PARDO (ed.), Viella, Roma 2006, pp. 35-46. Sul triconco si veda Enciclopedia dell’Architettura, Garzanti, Milano 1996, p. 890 e la voce in www.treccani.it. Sull’architettura bizantina è ancora utile Charles Diehl, Manuel d’art Byzantin, A. Picard et fils, Paris 1910.

21 Cfr. H. SAALMAN, The Church of Santa Trinita in Florence, The College Art Association of America, New York 1966.

22 Le relazioni architettoniche fra le tre abbazie sono sottolineate dai lavori di Much e Giubbolini cit. La chiesa superiore di Farneta non risulta più leggibile per la distruzione delle absidiole poste ai lati dell’abside maggiore durante sciagurati restauri del 1923 e la chiesa di Tuscania è abbandonata e ridotta a rudere. Su Farneta cfr. R. SCARTONI, La chiesa abbaziale di Farneta: contributo all’interpretazione di alcuni aspetti dell’architettura dell’XI secolo in Italia centrale, in “Arte medievale”, 2 (1991), pp. 49-65 e F. GABBRIELLI, Romanico aretino. L’architettura protoromanica e romanica religiosa nella diocesi medievale di Arezzo, Salimbeni,Firenze 1990. Su San Giusto cfr. J. Raspi Serra, Tuscania. Cultura ed espressione artistica di un centro medievale, Electa, Roma-Milano, 1971, pp. 17-36 e 168-169.

 

23 Ringrazio Angelo Pellegrini, professore di Teologia trinitaria e direttore della biblioteca della Facoltà teologica dell’Italia centrale di Firenze, per questa segnalazione.

24 Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, Amiatino 3, cc. 173v-212v. L’opera è stata pubblicata, trascritta, dal manoscritto della Biblioteca apostolica vaticana L. 124, a cura di M. PERRIN, Brepols 1997.

25 M. GORMAN, Codici manoscritti dalla Badia amiatina nel secolo XI, cit., pp. 58 e 62.

26 La pubblicazione del Missale, ricordato in nota 2, potrà verificare anche la presenza di una Messa propria della Santissima Trinità, e questo sarebbe una diretta conferma delle ipotesi proposte in questo articolo.

Per ironia della storia, proprio mentre si sta svelando l’importanza culturale e spirituale di San Salvatore, il monastero è stato soppresso, con decreto pontificio, con l’abbazia di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, di cui il cenobio amiatino era dipendente.