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Appunti

Bobbino

Ricordi per Roberto

 

I ricordi, la memoria, le relazioni con gli altri sono la parte fondamentale della nostra vita; quando superiamo il pudore e li  scriviamo, diventano condivisi e si fissano sulla carte: le parole volano, gli scritti rimangono, dice un antico detto  latino: Verba volant, scripta manent.

Questi ricordi per Roberto, che compongono un semplice quaderno, sono un dono per lui, che tanto amava lo scrivere, ma sono, forse soprattutto, un dono reciproco che ci facciamo noi suoi amici, scambiandoci ricordi, affetti, emozioni nutriti e coltivati, per più o meno tempo ma sempre intensamente, per questo amico comune.

 

Semplicemente a un dono per Roberto, che poi, ripeto, sbocciando è diventato dono reciproco per noi, ho pensato quando ho suggerito, un po’ timidamente devo dire, a Stefania di fare questo quaderno. Una cosa simile l’avevo proposta,  ormai 20 anni fa, per un altro caro amico che ci aveva lasciati: Rino Rosati, sindaco di Abbadia, minatore, militante comunista, marito, babbo e amico, uomo con una grande apertura mentale e di cuore, rara in un paese come Abbadia diviso da decennali contrapposizioni ideologiche. Pensavo che non poteva bastare per Rino il solo ricordo personale, indelebile, certo, nei  suoi cari e negli amici, ma occorreva qualche cosa che rimanesse, un nero su bianco che sorreggesse le memorie nostre e quelle della nostra Comunità, che sono sempre più labili. E così ho pensato anche per Roberto.

Da questo fiorire di ricordi, Roberto emerge come una persona poliedrica, ricca di interessi e di impegni, di capacità relazionali. Rischia però di apparire come un eroe, una persona fuori dal comune. Mi permetto, conoscendolo da sempre, di correggere questo rischio perché Roberto non era un eroe, era semplicemente una persona che sapeva amare sul serio, che sceglieva l’amore, l’amicizia, le relazioni come vita: con la sua famiglia di origine, con quella nuova che aveva costruito con Stefania, con i suoi amici, i ragazzi del laboratorio “Il Sole”, le compagnie teatrali con cui ha lavorato, il suo paese. E questo amore diventava capacità di ascolto, di accoglienza, di comprensione, di compassione (nel senso di soffrire con, gioire con, camminare con l’altro). Ed io mi rifiuto di pensare a questo suo orizzonte di vita come speciale o eccezionale o eroico: è semplicemente l’orizzonte vero di uomini e donne che vivono consapevolmente l’avventura della vita, in rapporto stretto con se stessi, con gli altri, col creato e, aggiungo da cristiano e da sacerdote, con Dio. Vivere come ha vissuto Roberto è semplicemente vivere come un uomo è chiamato a vivere: è, usando un termine cristiano ma che tutti possiamo accogliere, la vocazione della nostra vita. Purtroppo, riconosco che spesso non ce la facciamo.

 

Con Roberto siamo nati nello stesso anno, il 1951, abbiamo frequentato la stessa classe nelle scuole elementari, con il maestro Umberto dell’Angiolla, ci siamo ritrovati in 3° media e, se non ricordo male, nelle prime classi dell’Istituto tecnico di Abbadia: su questo non scrivo niente, mi sembra molto bello quanto ricorda Attilio Fabbrini e lo condivido.

Ci siamo ritrovati ad un campeggio alla Sila, nell’estate del 1968, organizzato dal “grande” don Mosè. Devo dire che  ho ammirato Roberto in quell’occasione: io tutto timido e riservato, lui estroverso, amico con tutti, giocatore con la chitarra. Questa esperienza mi ha profondamente cambiato, ho aderito al gruppo di giovani cristiani di Abbadia che, su proposta di Roberto, si chiamava P.R.O.L.G, sigla che voleva dire: pace, rispetto, organizzazione, libertà e giustizia. Tante cose,  ma a volte Roberto sapeva essere anche un po’… esagerato. E questo gruppo davvero ci ha cambiato la vita, come l’ha cambiata  ai tanti amici con cui siamo cresciuti come persone, come cristiani, come interessi sociali e politici, come capacità di comprensione del mondo e dell’altro. Erano gli anni magici del dopo Concilio, della scoperta di don Milani e della sua scuola di Barbiana, dell’incontro con p. Ernesto Balducci: della scoperta, sorprendente, di un Dio amico, nostro e di tutta l’umanità. C’era un monaco, don Arnaldo, che pur non comprendendo in pieno i nostri entusiasmi, le nostre idee, i nostri eccessi, stava con noi, camminava con noi semplicemente perché ci voleva bene. L’impegno con i giovani comunisti per le malattie professionali dei minatori ci aprì ulteriormente alla dimensione sociale della vita.

Poi le nostre strada si divisero: il gruppo finì, impoverendo noi e la Chiesa di Abbadia. E con Roberto ci perdemmo di vista: io ero studentello universitario nel caos di architettura a Firenze e lui, dopo aver sposato Stefania, si trasferì per lavoro in Veneto.

Ci ha riunito di nuovo la scelta di ritornare sulla nostra Montagna, io diventato prete e parroco a Monticchiello e lui, già marito e babbo,  animatore del laboratorio “Il Sole”. Proprio al Sole riprendemmo il filo delle nostre riflessioni: c’è stato un tempo, intorno al 2000, che una volta alla settimana andavo al laboratorio con un gruppo di persone in programma all’accoglienza del Centro di solidarietà, per stare con i ragazzi e con gli operatori. Il nostra paese, la nostra Montagna, il loro futuro, le persone che avevamo intorno, la cultura: ecco i temi dei nostri discorsi, della nostra amicizia che si ricomponeva.

Poi il capitolo della sua malattia: per anni, tutti i lunedì sono andato a trovarlo e ci siamo ascoltati. All’inizio ero preoccupato: che gli dico? Sarò capace di stare con lui? E dopo la visita per tante settimane mi ha martellato, nel cuore e nella mente, la domanda: perché a lui e non a me, che siamo di classe?

Poi questi interrogativi li ho messi da parte: semplicemente ci ascoltavamo, un ascolto reciproco, su piccole o grandi cose, ma sempre attento. E quando lo lasciavo ci ringraziavamo insieme del tempo e dell’attenzione che ci eravamo donati. I primi mesi parlavamo delle esperienza condivise, degli amici comuni, di Abbadia e della sua crisi; mi confidava i suoi dolori e le sue paure. Ho scoperto un altro aspetto comune: la sua  passione per la natura, grande a tal punto che sapeva il giorno di arrivo e quello di partenza delle rondini.

Una volta gli ho chiesto se mi considerava più come amico o come prete: entrambe le cose, mi ha risposto. Da allora abbiamo iniziato a pregare insieme con l’Angelus, la preghiera mariana che ricorda l’incarnazione del Signore: è risaputo che Roberto aveva un affetto particolare per Maria, oltre che per gli angeli. Per mesi gli ho portato la Comunione con il vino consacrato, perché ormai non poteva più inghiottire.

Quando non poteva parlare più, come con tanti altri amici, mi rispondeva col computer. Quando lo trovavo addormentato, semplicemente lo tenevo per mano e pregavo con la preghiera del Nome di Gesù, il dono che l’Oriente cristiano ci ha fatto, una invocazione che è come un mantra, collegata al respiro e che io ripetevo in silenzio ritmandola sul suo di respiro, permesso da una macchina.

Una cosa mi ha colpito e mi è rimasta nel cuore in questi duri anni di Roberto: la presenza bella di tanti amici che venivano per stare con lui. Mi  ha colpito il “miracolo” di una grave malattia che non gli ha negato la dignità umana ma è stata trasformata in crescita di amore: noi suoi amici, Stefania e Andrea, tutti i suoi cari, siamo cresciuti nel volerci bene con lui e per lui. Per la sua piccola famiglia Roberto è diventato ancor più il fulcro vitale, e lo è tutt’ora.

Tanto tempo fa, quando ancora parlava, mi aveva chiesto di partecipare al suo funerale e quel giorno è toccato a me fare l’omelia, che conservo come uno scritto prezioso e che ho affrontato come un dono per lui e per i suoi cari.

Io spero, io credo che  Roberto continui il suo cammino verso la vita piena nella casa del Padre, con Maria e tutti i suoi amici angeli, e continui a crescere nell’amore, nell’ascolto, nella comprensione e nella compassione per noi.

 

don Carlo